Di ritorno da Barcellona

di Elio Barletta 

Come in un durevole, addirittura esclusivo rapporto di convivenza con la persona amata, anche nel risiedere da tempo, talvolta dalla nascita, in una stessa città si rende salutare, ogni tanto, un  distacco temporaneo, sia pure di pochi giorni, per scrollarsi di dosso quella patina di vita abituale che, con la sua miscela di aspetti positivi e negativi, finisce col fossilizzarci in una visione unica e monotona della realtà circostante, cioè con il provincializzarci comunque, persino se ci trovassimo a risiedere a Parigi, o a New York, o a Pechino. Il distacco acquista poi un sapore del tutto particolare, anche se ugualmente effimero, quando lo si fa coincidere con i giorni che segnano la fine di un anno e l’inizio del successivo. L’illusione che l’apposizione di un nuovo  calendario ad una parete domestica ci riservi un futuro denso di novità, quelle che ci muteranno felicemente l’esistenza, si rafforza ulteriormente quando lo facciamo con un certo ritardo, avendo trascorso il Capodanno lontano da casa.  

Assolti sufficientemente gli impegni di genitori e di nonni, da vari anni a questa parte saluto con mia moglie il nuovo anno non all’ombra del Vesuvio. Il 2014 l’abbiamo inaugurato durante alcuni giorni di vacanza intensamente vissuti, grazie ad una nave che ci ha traghettato in andata e ritorno da Civitavecchia a Barcellona e ci ha ospitato come albergo durante la sosta nel capoluogo della Catalogna: giorni fitti di consumazioni di tapas e paella, passeggiate su e giù per le Ramblas, soste contemplative e foto davanti alla mirabile plasticità architettonica dei capolavori di Antoni Gaudí y Cornet, massimo esponente del modernismo catalano.

Una volta tornati qui, quella Napoli che avevamo lasciato nel segno di un costante e monotono decadimento, ci è di nuovo apparsa viva, nei suoi mille problemi irrisolti, nelle sue eterne contraddizioni, nelle sue alterne vicende quotidiane, la città che più di ogni altra sa sopravvivere e riemergere in qualunque situazione.

Come stampa e web hanno ampiamente riportato, nelle festività è stata apprezzabilmente potenziata l’apertura dei siti artistici ed archeologici. Il 25 dicembre ed il 1° gennaio, con orari prevalentemente protrattisi delle 8.30–9.00 alle 19.30–20.00  sono rimasti aperti Palazzo Reale (con l’Appartamento Storico), il Museo Archeologico, il Museo di Capodimonte, la Certosa ed il Museo di San Martino, Castel Sant'Elmo, il Museo di Villa Pignatelli,  il Museo Duca di Martina e la Villa Floridiana, il Complesso monumentale dei Girolamini; per la sola mattinata,  Parco e Tomba di Virgilio e Real Bosco di Capodimonte. A ciò si è aggiunta l’apprezzata iniziativa ministeriale di “Una notte al Museo”, con prolungamento dell’apertura dalle 20 alle 24 di sabato 28 dicembre, a Caserta, per il Complesso vanvitelliano della Reggia, e a Napoli, per Palazzo Reale,  Museo Archeologico, Museo di Capodimonte. La risposta del pubblico è stata immediata con un netto incremento delle presenze dei visitatori, sia residenti che turisti.

Ma tale nota positiva ha subito messo in evidenza il primo grave problema: lo scarso numero di guardiani a disposizione per la salvaguardia di statue, mosaici, affreschi, tele, determinato dalle poche risorse economiche. Cronache di inviati hanno segnalato episodi spiacevoli verificatisi nelle sale dell’Archeologico ospitanti capolavori insigni di Pompei, come il mosaico realizzato con circa un milione e mezzo di tessere e ritrovato, durante gli scavi archeologici del 1831, quale pavimento della Casa del Fauno, raffigurante una scena della battaglia di Isso che Alessandro Magno (a sinistra) condusse e vinse contro contro Dario III di Persia (a destra).

Uguale discorso per le scene di teatro, le maschere e le nature morte tratte da quella stessa Casa. Si è vissuto l’incubo di eventuali danneggiamenti, per non parlare di furti, che, nel deflusso di migliaia di persone, avrebbero potuto subire le opere non abbastanza distanti, protette soltanto da qualche nastro simbolico. Erano a rischio non le robuste meraviglie d’alabastro della Collezione Farnese, ma semplici fragili tessere che solo a sfiorarle possono scollarsi e frantumarsi.

Hanno raccontato che c’è stata gente entrata con borsoni che nessuno ha fatto deporre all’ingresso. Numerosi i tentativi di accarezzare il Toro Farnese o la pantera del gruppo scultoreo e di infilare le mani tra le pieghe delle vesti di un imperatore. Pochi gli uomini alle porte dei piani, paonazzi e affaticati, che si davano da fare per contenere e organizzare gli ingressi. Che cosa pretendere di più quando, è ben noto, il direttore di un qualunque complesso artistico o archeologico guadagna mediamente appena 1800 euro netti al mese, parecchio di meno gli addetti, in scarso numero, molti dei quali precari che, per il servizio dalle 20 alla mezzanotte hanno percepito soltanto 30 euro?

Si profila pertanto la necessità di un’ampia revisione di norme, contenuti e programmi dei Beni Culturali, che però non riguardi soltanto il completamento degli organici, il restauro tecnico dei locali, la tutela e la manutenzione del patrimonio custodito, la preparazione e l’aggiornamento del personale, ma, soprattutto, la maturazione civica del pubblico partecipante. Il ricordo vivissimo delle chilometriche file di cittadini di tutte le latitudini a Barcellona, disciplinatamente e spontaneamente in fila per visitare la Sagrada Família, la Catedral de la Santa Creu i Santa Eulàlia, la Basílica di Santa María del Mar,  Parc Güell, Casa Milà (o Pedrera),  Casa Batlló, Palau Güell, Casa Vicens, mi ripropone ancora l’eterna domanda: perché qui non ci comportiamo tutti a quel modo? I nostri tesori non hanno nulla da invidiare al confronto, perciò non meritano di essere mortificati.

L’ammonimento recente di uomini di grossa formazione culturale come Salvatore Settis o Tommaso Montanari contro il progetto di ridimensionamento dell’insegnamento della Storia dell’arte alle superiori o contro i finanziamenti stellari per le inutili coperture ed i grossolani rifacimenti degli anfiteatri pompeiani, cade a proposito. Diffondere in tutti i modi possibili, a tutti i livelli, nei tempi e nei luoghi adatti, quei messaggi visivi ed acustici, reali e virtuali, che possano servire ad inculcare nell’animo degli esseri umani meno ricettivi quelle prime emozioni che può dare la lettura di una poesia, la visione di un dipinto, l’ascolto di un brano musicale; questo dovrebbe essere l’impegno primario di tutti gli uomini colti, ancor prima di acquisire posizioni di potere nella società, per cercare di aprire le pupille ai ciechi e di sturare le orecchie ai sordi. Gli atti di vandalismo recente, dettati da improvvise esplosioni di stupidità o da predeterminate campagne intimidatorie, possono alla lunga essere evitati solo tentando di mettere tutti in grado di apprezzare il bello di ciò che vogliono selvaggiamente distruggere.

Ma la notizia più a lungo attesa e, per questo, più degna di essere apprezzata ha riguardato i trasporti urbani che, sempre per la scarsezza di mezzi finanziari, sono travagliati nell’esercizio di ferrovie locali storicamente importanti per Napoli, come la Circumvesuviana e la Cumana – Circumflegrea, con grandissimo disagio dei cittadini obbligati a servirsene per motivi di lavoro o di studio. La lieta novella ha riguardato l’inaugurazuione ufficiale e l’apertura al pubblico della linea 1 della Metropolitana, per un percorso che da Piscinola a piazza Garibaldi impiega 33 minuti e prevede un totale di 18 chilometri e 17 stazioni che, quando saranno aperte Municipio e Duomo diventeranno 19, alcune delle quali autentici gioielli architettonici. Il servizio, con orario quotidiano dalle 6 alle 23 e un succedersi dei treni, salvo gli immancabili imprevisti, mediamente garantito ogni 7 minuti, ha visto subito una notevole impennata dell’affluenza giornaliera degli utenti.

L'impegno finanziario per trovare i fondi per completare l'opera, con l’apertura delle stazioni di Centro direzionale, Poggioreale e Capodichino, più la stazione Riviera di Chiaia della linea 6, pare che sia arrivato a buon fine: 300 milioni di euro dallo Stato da aggiungere agli oltre 300 milioni della Regione Campania ed a un mutuo del Comune di Napoli per una quota restante. Il termine definitivo è previsto per il 2016, esattamente quarant’anni dopo quel 22 dicembre 1976 in cui venne posta dal sindaco Maurizio Valenzi e dall'assessore ai trasporti Luigi Buccico la prima pietra per la Stazione Medaglie d'Oro, salutata da un brindisi augurale nell’ampia sala ricevimenti dell’allora sontuoso bar di Pippo Sangiuliano.

Proprio quest’arteria ferroviaria di Napoli domenica scorsa è stato teatro di un fuori programma spettacolare oltremodo divertente. Ricorreva la “giornata mondiale della metropolitana”, una manifestazione iniziata 13 anni fa ed annualmente osservata da volontari di tutto il mondo che aderendo al motto “No Pants Subway Ride” entrano in un treno urbano circolante in una qualsiasi città del pianeta e si levano i pantaloni. A Napoli non vi ha partecipato alcuno, tranne Jessica, una bella e giovane ragazza americana degli Stati Uniti che, entrata in un vagone della linea 1 si è seduta e, tranquillamente, si è sfilata i jeans  restando con gli slip. Tranne il grosso stupore degli altri viaggiatori, che forse hanno creduto di trovarsi di fronte ad una persona mentalmente disturbata, non è successo nulla. Una piacevole e inattesa conferma di raggiunta maturità collettiva.

Di tutt’altro genere, ma ugualmente inusuale, è stato il gesto del vescovo di Acerra, monsignor Di Donna, che additando come Erode moderni i responsabili delle criminali sepolture di depositi di sostanze nocive in Terra dei fuochi, ha accettato e mangiato in pubblico un piatto di gateau di patate, preparato dalle mogli degli agricoltori, accompagnato da contorni di fagioli, scarole, cavolfiore, pomodori San Marzano e kiwi, tutti rigorosamente coltivati ad Acerra, a dimostrazione della genuinità di quei prodotti e contro la speculazione di campagne denigrative.

 

15 gennaio 2014

 

 

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