MONUMENTI CAMPANI DA SALVARE

Le Cisterne romane dei Campi Flegrei

 

di Elio Barletta

 

Ruotando da est ad ovest la visuale di osservazione del servizio su Calvi, è questa la volta della zona flegrea, alle porte di Bacoli, spostati sulla sinistra verso il mare. Un cancello chiuso vieta però l’accesso a tutti gli eventuali visitatori – magari venuti da lontano – con il proposito di vedere qualcosa di interessante ed insolito creato duemila anni fa nell zona. Del resto, nessun cartello della pur ricca segnaletica di queste stradine li avvertirebbe che da tempi ormai incalcolabili non si può entrare nella radura antistante. Pare che esista un pericolo di crolli diventato ormai una leggenda perché non si sono finora approntati – non diciamo dei lavori di consolidamento – ma almeno semplici strutture provvisorie di messa in sicurezza.

 

Nella folta vegetazione incolta attende invano di ricevere la valorizzazione che merita una costruzione realizzata tra l’età tardo–repubblicana ed il I secolo d.C., denominata le Cento Camerelle, ma tramandata dalla tradizione antiquaria come le "Prigioni di Nerone" per la forma intricata dell’intero complesso. Si tratta infatti di un articolato impianto idrico di cisterne disposte su più livelli, non in asse tra loro, dal differente orientamento, una rete di stretti cunicoli scavati nel tufo che si inseguono e si intrecciano in un lungo sentiero dando davvero – con la giusta luce – l’idea di far parte di un diabolico labirinto. 

 

La struttura occupa una porzione rilevante di quella che fu una delle immense e sontuose ville patrizie della zona di Baia. Secondo un’ipotesi fondata, sarebbe appartenuta ad Ortensio Ortalo[1], poi ad Antonia moglie di Druso e madre dell’imperatore Claudio, poi a Nerone, infine a Vespasiano della dinastia flavia. I ruderi che si possono attualmente osservare sono in parte scavati nel banco tufaceo della collina sottostante ed in parte peschiere semisommerse nello specchio d’acqua antistante. In epoca augustea furono perfezionati e ampliati i lavori strutturali di riordinamento delle città e d’ammodernamento degli impianti idrici in tutta l’area flegrea. Ma, ancor prima dell’avvento di Ottaviano al trono di Roma, già in epoca repubblicana, la villa marittima delle Cento Camerelle aveva il suo sofisticato impianto di cisterne.

Il monumento è costituito da due piani sovrapposti e indipendenti – costruiti in  epoche diverse – eretti su un costone tufaceo a strapiombo, perciò visibili dal mare.

Il piano superiore[2] – sistemato nella copertura 3 metri sopra l’attuale piano di campagna e nel pavimento 3 metri circa sotto l'attuale piano di calpestio esterno – fu edificato in età imperiale, proprio in epoca augustea. Racchiude una grande cisterna impiantata sull’altura antistante per soddisfare le numerose esigenze idriche della villa. Costituisce uno degli ultimi serbatoi di raccolta dallo storico acquedotto che – percorrendo ben oltre 100 chilometri – proveniva già allora dalle fonti del Serino per portare acqua a Napoli ed a tutta l’area dei Campi Flegrei. 

 

Il piano inferiore[3] è occupato dal nucleo più antico dell’invaso – riportabile all’età repubblicana – posto sei metri più in basso rispetto al piano stradale e costituito da una serie di cunicoli sotterranei comunicanti, scavati nel tufo e solo parzialmente esplorati, più un lungo corridoio che conduce ad una suggestiva vista sul mare.

 

Due altre perle dell’architettura romana esistenti nella zona – visibili tramite laboriose ricerche di contatti con fantomatici custodi – meriterebbero di entrare, con le Cento Camerelle, in un unico progetto di valorizzazione d’importanza internazionale.

Sulla spiaggia di Miseno si accede all’ingresso della Grotta della Dragonara[4], una suggestiva ed imponente cavità composta da 5 navate e una volta a botte sorretta da dodici imponenti pilastri alquanto irregolari, non è un luogo di culto come potrebbe apparire al primo sguardo, ma un’altra grande cisterna per la raccolta dell’acqua. Completamente scavata nel tufo, fu realizzata in età augustea per servire le flotte militari o probabilmente la vicina Villa di Lucullo. Successivamente fu infatti annessa a quest’ultima e dotata di peschiere e ninfei. Cento Camerelle Piscina Mirabilis - Locanda dei Re - Ristorante sul Porto di Baia, Ristorante Sul Mare, Ristorante a Bacoli, Locanda Porto di Baia.

 

 

La struttura può considerarsi lo sviluppo in grande di altre simili nell’area flegrea. A Baia, per esempio, una cisterna scavata nel tufo retta da quattro pilastri fu realizzata nel costone tufaceo all’incrocio tra le vie Lucullo e Fusaro.

Ancora a Miseno, sempre nel periodo Augusteo, si trova la "Piscina Mirabilis"[5] – cosi denominata dall’antiquaria sei–settecentesca – la più grande cisterna romana di acqua potabile mai realizzata, anch’essa serbatoio terminale dell’acquedotto augusteo (Aqua Augusta) proveniente da Serino. Fu costruita per approvvigionare di acqua gli uomini della Classis Misenensis – divenuta Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex, la più importante flotta dell’Impero Romano, ormeggiata nel porto di Miseno. 

 

A questo punto una domanda – per dirla alla maniera del giornalista Lubrano – sorge spontanea. Se questi beni tramandati dagli antichi fossero posseduti da popoli privi di ogni testimonianza del passato, li lascerebbero marcire nello stesso prolungato stato di degrado a cui li condanna la pessima gestione dei nostri amministratori e la profonda indifferenza di tutti noi?

 

 [1] Quinto Ortensio Ortalo (114 a.C. – 50 a.C.), avvocato romano molto facoltoso, partecipe alla guerra sociale e forse alla mitridatica a fianco del comandante  Lucio Cornelio Silla – questore (81 a.C.), edile (75 a.C.), pretore (72 a.C.), console (69 a.C.) – fu uno dei più celebri oratori dell'epoca, asiano convinto (movimento basato sull'esuberanza e la fastosità del linguaggio). Fu amico e avversario in tribunale di Marco Tullio Cicerone, che lo sconfisse nel processo a Verre, ma che gli dedicò l'Hortensius, un'opera per noi perduta, ma non per il giovane Sant'Agostino che lo elogiò nel Brutus. Fu amico altresì di Catullo, che lo apprezzava come oratore, non come poeta. Catone l'Uticense non concesse l’annullamento del matrimonio di sua figlia Porzia, sposata con Bibulo, che Ortalo gli aveva chiesto in moglie. Ma concesse l’annullamento del suo stesso matrimonio con Marzia che Ortalo sposò poi ottenendo due figli. Alla sua morte Marzia tornò al marito Catone.

[2] Caratteristiche del piano superiore (o secondo piano) – Presenta una copertura superiore pianeggiante – detta “estradosso a terrazza” – rivestita da un pavimento esterno in “signino”, ossia in frammenti di laterizi minutamente frantumati e mescolati a malta fine a base di calce aerea che gli antichi romani chiamavano “opus signinum”, termine latino derivante dalla città di Segni. Il suo interno – la cosiddetta “aula” – raggiungibile da una serie di portelli, è scavato nel tufo fino a 2 metri di profondità ed è suddiviso in 4 navate lunghe (originariamente 5) e da 6 corte, su cui poggia una volta a botte. La muratura è foderata da un paramento – in “opus reticulatum” ed “ammorsature a tufelli” – ossia da un rivestimento idraulico costituito da piccole piramidi tronche a base quadrata in pietra – dette "tufelli" o “cubilia” – ricoperte da uno spesso strato di materiale isolante e protettivo – il cosiddetto cocciopesto. L’approvvigionamento idrico, assicurato da un condotto di adduzione nella parte alta della parete occidentale della navata crollata, assicurava una capacità idrica calcolata in 2450 metri cubi d’acqua.  

[3] Caratteristiche del piano inferiore (o primo piano) – Ha i cunicoli disposti ortogonalmente ed orientati nelle direzioni est–sudest/ovest–sudovest, alti oltre i 4 metri, coperti a volta e collegati da stretti e bassi passaggi di comunicazione, ora con tetto di tegole a due spioventi, ora con tetto a copertura piana. Foderati di opus coementicium e guarniti da uno spesso strato di cocciopesto e da una zoccolatura sporgente alla base delle pareti, con copertura piana e spiovente, terminano attualmente a strapiombo sul mare. La presenza di tale tipo di intonaco idraulico e del cordolo alla base delle pareti conferma la funzione di cisterna dell’impianto. Le strutture murarie in opus reticulatum con ricorsi di laterizio per le pareti laterali ed in tufelli alla base dei pilastri rivelano interventi di potenziamento eseguiti tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.. L’acqua veniva sollevata sulla terrazza superiore attraverso i portelli con macchine idrauliche e da qui canalizzata. Addossati all’esterno del lato Nord-Est vi sono dodici piccoli ambienti coperti con volte a botte aventi il piano di calpestio 1,80 metri più in basso dell’imposta della volta della cisterna. La tamponatura, effettuata dalla Soprintendenza dopo il crollo di uno dei passaggi, testimonia di un terzo e successivo livello di cui si era a conoscenza. La capacità idrica di questo impianto è di 1100 metri cubi d’acqua. Molti cunicoli conservano ancora rosse iscrizioni, date e firme a carboncino lasciate da “turisti” che nel corso dei secoli hanno visitato la terra flegrea, soprattutto durante il famoso Grand Tour. Un vero e proprio piano di potenziamento delle risorse idriche dell’area flegrea – stupefacente per quei tempi – fece perdere alla villa la sua importanza primaria. Furono perciò apportate sostanziali quanto radicali modifiche, confermate dai resti di una pavimentazione “fittile” – termine tecnico che sta per terracotta, argilla – a riquadri, 65 x 60 centimetri circa, visibile nei pressi della rampa di scale posta a sud-ovest della prima navata.

[4] Nella volta si aprono tre lucernari dotati di scale, che conducono al di sopra della cisterna stessa. La cisterna è composta da grandi vasche ricoperte da cocciopesto che permettevano la depurazione delle acque piovane. La presenza sul lato ovest di una fonte d’acqua dolce – utilizzata forse già dai Saraceni, ma certamente fino ad alcuni decenni fa dagli abitanti del luogo –  lascia pensare ad un’alimentazione diretta e ad un utilizzo, insieme ad altre cisterne, per la villa marittima attribuita a Lucullo. Nel Medioevo il sito era noto come Bagno del Finocchio viste le abbondanti coltivazioni che lo circondavano. Successivamente fu probabilmente utilizzata come luogo di sepoltura. Nelle vicinanze, infatti, si individuano una serie di ambienti (ninfei e peschiere), attualmente semisommersi tra la spiaggia e il costone.

[5] Sistemata sottoterra, interamente scavata nel tufo, a pianta quadrangolare, per la rilevanza delle sue misure resta un’opera memorabile: 12.600 metri cubi d’acqua, 15 metri di altezza, 72 di lunghezza, 25 di larghezza. Ẻ ricoperta da una volta a botte sostenuta da 48 enormi pilastri cruciformi, disposti in quattro file, a formare cinque lunghe navate. Un bacino profondo 1,10 metri, incavato nel pavimento della navata corta centrale e munito di bocca di uscita ad un’estremità, fungeva da “piscina limaria” – vasca di decantazione e di scarico per la pulizia e il periodico svuotamento della cisterna – la cui alimentazione avveniva mediante un condotto d’immissione posto presso l’ingresso del lato occidentale; una serie di finestre aperte lungo le pareti laterali provvedeva all’illuminazione e all’areazione. 

 

Napoli, 23 settembre 2015

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