Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015  

Discorsi alla Nazione

di Elio Barletta

 

Ascanio Celestini – romano autentico del quartiere periferico Casal Morena – dopo la maturità classica e gli studi universitari in lettere con indirizzo antropologico, dalla fine degli anni Novanta si è dato al teatro, riscuotendo ampi e numerosi consensi e premi come attore, regista, drammaturgo, scrittore.  Si oltrepasserebbero i limiti della presente testimonianza se si tentasse di dettagliare le sue numerose partecipazioni a spettacoli vari di prosa o musicali, le sue scritture ed interpretazioni di testi, le sue esibizioni con altri artisti di indirizzo diverso.

Le sue opere fanno tutte parte di quel teatro di narrazione in cui l’attore–autore fa da filtro, con il suo racconto–monologo, fra gli spettatori e i protagonisti di cui parla, genere di spettacolo di cui avemmo da interessarci scrivendo di Gabriele Vacis. C’è però qualcosa di più profondo e di diverso in questo suo Discorsi alla Nazione – specificatamente definito “studio per lo spettacolo presidenziale” – che è stato presentato due volte in Campania, prima ad Avellino, al teatro Carlo Gesualdo, e poi a Napoli, al Nuovo, da mercoledì 15 a domenica 19 aprile 2015, decimo ed ultimo appuntamento della stagione.

L’attoreregistanarratore, solito ad aprire i suoi spettacoli quasi in sordina, questa volta si differenzia spiazzando completamente le aspettative di pubblico e critica: in abbigliamento accentuatamente casual, spunta sul palcoscenico con le luci in sala tutte accese, il sipario completamente aperto, parte del pubblico ancora fuori in strada. Scende in platea, comincia a muoversi lentamente tra gli spettatori presenti, scambia qualche parola con alcuni.

Il prologo – lungo forse più dei pezzi che seguiranno – è già cominciato e pochi se ne sono accorti. Un registratore fa sentire voci riconoscibili di noti politici, figure dominanti del quadro internazionale più o meno recente – D’Alema, Marchionne, Mao, Kennedy, Craxi, Bush, Khomey-ni, Berlusconi, Andreotti – voci impegnate in frammenti di interventi pubblici, arringhe, comizi che danno il senso di un potere esercitato freddamente, ben a distanza dalla gente.

Celestini risale alla ribalta e s’indugia, come se chiedesse “scusa” per quel suo stare in evidenza e per ottenere il “permesso” di parlare a tutti come sempre ha fatto, con contatti diretti senza mediazioni. Ovviamente è una furbizia professionale, non nuova, per richiamare l’ovazione degli spettatori.

Rifacendosi al periodo meno noto della sua carriera – quello degli esordi, costellato di collaborazioni con esponenti del teatro contemporaneo come Gaetano Ventriglia, Roberto Latini, Michele Sinisi nella cosiddetta “scena di ricerca” – spiega che cos’è uno “studio” e qual è il progetto del suo nuovo viaggio creativo. Il prologo così si amplia, si struttura, si allunga quasi quanto i pezzi che seguiranno. Fra lazzi, battute, ironie affiora l’aspetto politico già dal primo monologo: l’essere di sinistra.

Ripete più volte: «Io sono di sinistra, però… » e dopo quel “però” si svelano progressivamente le contraddizioni dell’uomo di sinistra italiano, razzista, maschilista, gretto, credente, ben pensante, borghesuccio, più a destra della destra:

«Io sono di sinistra…lo so che la Costituzione italiana ripudia la guerra, ma se tutto il mondo fa la guerra a Gheddafi che facciamo, noi non ci andiamo? Io sono di sinistra, ma in fondo quel Gheddafi è vero che ci ha fermato un po’ di africani che sennò ci stava l’invasione. Io sono di sinistra, ma però me ne frego…».

E dopo il rimpianto «Ce l’avessimo noi, un Berlusconi a sinistra!», con un fiume di parole non salva più nessuno e dichiara “dittature” i Savoia, i fascisti, i democristiani, i berlusconiani.

La nuova prospettiva fa spazio al vero e proprio spettacolo, suddiviso in quattro brevi monologhi ambientati in un fantomatico condominio – con abitanti terribilmente soli – nel quale proliferano giochi di potere e lotte di classe proprio come nell’Italia d’oggi, in cui Ascanio dà vita e voce a vari personaggi. L’unico dialogo con voci esterne, per giunta registrato, in quella realtà è tra una condomina – che ci dicono essere la regista e attrice Veronica Cruciani, antica collaboratrice di Celestini – e il portiere che si rifiuta di spostare un cadavere che ostruisce l’ingresso del palazzo.

L’ambiente circostante è costituito da una nazione immaginaria in cui il politico che la governa dispoticamente – un tiranno – è rinchiuso nel palazzo presidenziale. Non ha alcuna necessità di mostrarsi in pubblico. I suoi affari vanno molto bene e prescindono dalle condizioni dei suoi sudditi. Il suo tenore di vita si svolge su di un piano di gran lunga superiore a quello del suo popolo che può vedere il suo volto solo inciso sulle monete in circolazione. Ma per riaffermare la propria leadership ogni tanto occorre farsi vedere ed acclamare, soprattutto nei momenti di crisi, quando si rischia di essere spodestati. E il momento rappresentato sulla scena è difficile perché la nazione è sconvolta dalla guerra civile e, per giunta, è flagellata da una pioggia incessante. Rischiando quindi di diventare un bersaglio facile, il tiranno si reca al balcone del palazzo e si affaccia per iniziare un altro dei suoi Discorsi alla Nazione dicendo:

«Lasciate che vi chiami cittadini anche se tutti sappiamo che siete sudditi, ma io vi chiamerò cittadini per risparmiarvi un'inutile umiliazione ».

Celestini ha chiarito:

«Ho immaginato alcuni aspiranti tiranni che provano ad affascinare il popolo per strappargli il consenso e la legittimazione appaiono al balcone e parlano senza nascondere nulla. Parlano come parlerebbero i nostri tiranni democratici se non avessero bisogno di nascondere il dispotismo sotto il costume di scena dello stato democratico».

Ed in contrasto con la situazione del paese che sta combattendo la guerra – non si sa se per interessi propri o altrui – la scena che appare agli spettatori è di pochi frugali elementi: i lampioni di luce tenue, la catasta di oggetti desolanti nel mezzo, cianfrusaglia di cose inerti.  Fuori piove e un rumore sinistro ben sonorizzato dà il senso dell’attesa di qualcosa di incombente. Rispettando il significato della parola “prova”, l’attoreregistanarratore si pone al centro del palcoscenico per comporre una struttura in legno, mettendo su, con cura geometrica, una catasta di travi che edificano non si sa che cosa, ma che aggiungono alla forza delle parole la suggestione delle immagini.

Nella conclusione del suo discorso il tiranno – l’uomo forte unico a poter risolvere i problemi collettivi, pur restandone distaccato – chiede sorprendentemente al popolo di farsi eleggere, una soluzione che fonda sulla teoria spregiudicata che i cittadini non possono essere dominati se sono disorganizzati, mentre, se li si coinvolge in un accentramento organizzato, diventano una nazione sulla quale si potrà instaurare la tirannia.

Nel raccontare tale finale Celestini commenta:

«L’unica possibilità di sopravvivere per un pesce piccolo è diventare parassita del pesce grande, mangiare gli avanzi del suo pasto e in cambio spidocchiargli la pinna».   

Poi aggiunge:

«Come farebbero i nostri tiranni democratici se non avessero bisogno di nascondere il dispotismo sotto il costume di scena dello stato democratico».

Ed andando alla chiusura – molto più coriaceo e ironico di quanto sia apparso nei tanti siparietti televisivi – Celestini arringa direttamente il pubblico presente, realizzando la doppia sovrapposizione del tiranno su se stesso e della folla dei cittadini sugli spettatori.

A ragion veduta si può dire che questo “studio” è un esperimento pienamente riuscito e che il suo artefice – di bravura indiscutibile – è andato ben oltre i confini del “teatro di narrazione”.

Dopo un’ora e mezza il pubblico – un po’ sorpreso, un po’ pensoso – ha applaudito con forza. E noi con esso. E noi, condividendo, con esso. 

Napoli, 22 aprile 2015

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