MONUMENTI CAMPANI DA SALVARE

Il Casino Reale di Calvi

di Elio Barletta

Con l’articolo I siti reali borbonici pubblicato prima della sospensione agostana mi prefiggevo l’apertura di un lungo ed approfondito discorso in merito a quelle opere che ho chiamato Tesori svalutati della Campania. Lo scopo era di tornare a sensibilizzare i lettori sulla rivalutazione delle tante bellezze naturali e bellezze storiche, archeologiche, artistiche della nostra regione. Ma, mentre per le prime – dopo i tanti scempi edilizi subiti – ci si può solo mobilitare per un movimento dì opinione che serva ad evitare nuove offese al paesaggio ed ai luoghi, per le altre si può tentare di perorarne con determinazione e coerenza una rivalutazione fisica e culturale da parte dei vari responsabili della cosa pubblica affinché – in tempi ragionevoli, diciamo massimo 3 anni – le opere menzionate siano riportate nelle migliori condizioni statiche ed estetiche possibili e si organizzi per esse un serio e duraturo programma di richiamo turistico e rivalutazione economica che giovi alle comunità locali.

Nell’articolo citato erano menzionate 23 opere, molte delle quali – monumentali dimore reali e ville patrizie – sono da tempo oggetto di importanti e qualificate iniziative di riqualificazione. Non è così per quelle di dimensioni minori – non soltanto di matrice borbonica e prescindendo dal loro pregio – specie se edificate in cittadine satelliti.   

È il caso di Calvi[1], comune beneventano – da non confondere con la casertana Calvi Risorta –  posto ai margini sud–orientali del confine con la provincia di Avellino e distante da Napoli 54,7 km in linea d’aria, 83,9 km percorrendo la A16/E842 (1 h 20 min di auto).  

Il Cubante (l'antico Covante) – da Leo Cubans ("leone che giace") – è la più grande frazione di Calvi. Secondo quanto segnato nella “Tabula Peutingenaria” (copia del XII–XIII secolo di un'antica carta romana delle vie militari dell'Impero), vicino vi passava la famosa via Appia Antica – di cui oggi rimangono solo il nome, ruderi di acquedotti e di vie romane più altre anticaglie, anche in cattivo stato di conservazione – diretta verso Eclano, l’odierna Mirabella Eclano. L’importante arteria attraversava il fiume Calore su un ponte monumentale[2] per inoltrarsi nella valle dell’Ufita, l’affluente che nato alle falde dell'altopiano del Formicoso, nel comune di Vallata, dopo averla attraversata in direzione N-NO, proprio nei pressi del ponte e della moderna Apice diventava tributario del Calore. Divenne perciò uno storico luogo di accampamenti[3].

Sulla cima di una piccola collina del Cubante si trova ancora il palazzo di Federico II di Svevia detto anche Castello di Federico II o (Real) Casino del Principe, considerato come l'ultima residenza federiciana del meridione d'Italia. Risale certamente al XIII secolo. Alcuni pensano che sarebbe stato eretto verso il 1229, quando Federico II ritornò dalla Crociata in Terrasanta, altri invece spostano la data al 1240 come data dell’edificazione.

Per molto tempo si è ritenuto che fossero due i possibili motivi che avrebbero indotto l'Imperatore svevo a farlo costruire: secondo una prima versione, doveva poter offrire una sosta di riposo durante i suoi trasferimenti a Melfi; secondo una seconda versione, doveva costituire una presenza sul luogo durante le trattative di pace con i beneventani nel periodo dei conflitti con il Papato.

Una terza ulteriore versione è stata accolta in tempi moderni grazie alla scoperta ed allo studio di documenti inediti[4] da parte di Monsignor Laureato Maio, Canonico del Capitolo metropolitano e Direttore della Biblioteca Capitolare di Benevento, morto recentemente, che, nella costruzione del monumento, avrebbe riscontrato un autentico atto di ostilità di Federico II nei confronti di Gregorio IX, il papa del momento con il quale era in conflitto. L'edificio, in pietra grigia, fino a settantacinque anni fa era completamente integro. Poi nel 1943, dopo il bombardamento dei tedeschi in ritirata,  rimasero in piedi, a sinistra l’alloggiamento dei soldati (trasformato col tempo in caserma dei carabinieri come attestano i resti tutt’ora esistenti di un archivio), a destra la scuderia utilizzata per i cavalli, al centro la Cappella Reale e due altri locali (utilizzati come scuola elementare fino ad una ventina d’anni fa).

 

Una parte del Casino è stata demolita per far passare la strada, un’altra parte è diventata una grande discarica. Oggi versa in uno stato di assoluto degrado: assediato dagli sterpi e dai materiali di risulta, fatto oggetto dei furti dello stemma reale sull’entrata e di due acquasantiere di marmo, nonché del  tentato furto del pavimento, con le galitte, le scuderie, gli alloggiamenti dei soldati, la Cappella Reale (per di più sfondata) rimasti come squallidi ruderi abbandonati di un patrimonio inestimabile che ormai sta cadendo a pezzi e che tra qualche anno diventerà un ammasso di pietre.

L’edificio, fino a non molto tempo fa, era abitato. Una parte del castello è stata ristrutturata ed è ora adibita a centro agrituristico. Il complesso ha attualmente ben cinque proprietari, uno dei quali è il Comune di Calvi. Malgrado ciò, con le varie amministrazioni succedutesi negli anni, non sono stati in grado o non hanno voluto ridare lustro ad una struttura così importante per la comunità.

Se la Reggia borbonica di Carditello è stata per anni in balia dei ladri, il Real Casino borbonico nel Demanio di Calvi è da tempo soggetto alle illecite iniziative di un contadino che – senza essere diventato proprietario del monumento e senza autorizzazione della Soprintendenza ai monumenti – ha intrapreso illegalmente strani lavori di grossolano “restauro” – ormai ad uno stato avanzato – nei locali un tempo destinati ai soldati e alle stalle dei cavalli, ha chiuso i due ingressi laterali con cancelli di ferro e lucchetto, ha apportato modifiche che stanno facendo scompaire il caratteristico tetto con i camini di impianto borbonico.

 

Oggi l’mmobile storico avrebbe bisogno di un progetto globale di recupero, reso decisamente complicato dai cinque proprietari, ciascuno intento a perseguire obiettivi diversi. Tre parti sono in vendita: una a 140 mila €, la seconda (due stanze) a 10 mila € e la terza a 400 mila €. Gli unici a non vendere le proprie quote sono il comune di Calvi e signora Angela Norelli, titolare dell’Agriturismo. Per il recupero globale dell’edificio occorrerebbe – secondo calcoli accurati – almeno un milione di € oltre ai costi di acquisto delle propretà.

 

 

A quando un’intesa tra forze politiche ed amministrative non macchiate dalla corruzione riusciranno a trovare la soluzione salvifica?

 

[1] Calvi – nome che deriverebbe dall'aggettivo latino "Calvus" (luogo spogliato, senza bosco), in dialetto locale sostituito da Coppacorte – indica una cittadinaha 2669 abitanti al 1° gennaio di quest’anno, occupa un territorio compreso tra un'altitudine di 169 e 388 m s.l.m. (escursione di 219 m) con una superficie agricola di 1441,61 ettari all'anno 2000, appartiene alla Regione Agraria n.5 delle Colline di Benevento, fino alla metà del XX secolo (1958) costituente un sol Comune con San Nazzaro, denominato prima San Nazzaro Calvi (fino al 1949) poi Calvi San Nazzaro (dal 1949 al 1958). La zona, in passato assai florida, resta un'importante via di collegamento tra diversi paesi della provincia quali Apice e San Giorgio del Sannio.

[2] Era il Ponte Piano – meglio conosciuto come Ponte Rotto – probabilmente di età Traianea di cui restano le insigni vestigia: da testata a testata misurava circa 150 m, era a schiena d'asino, con sette piloni di cui tre in acqua e quattro sul terreno, ogni arco misura 14 metri di luce e 5,5 metri di larghezza, la carreggiata era di circa 4 metri.

[3] Nel Medioevo vi sostarono: Ruggero II di Sicilia detto il Normanno che, in marcia verso Benevento, incontrò qui Papa Onorio III (1129); l'imperatore Lotario III del Sacro Romano Impero con Innocenzo II e l'imperatrice Florida (1137); re Tancredi di Sicilia, nell’ anno della sua morte (1194); l'esercito pontificio contro Federico II (1229); Ladislao I d'Angiò re di Napoli combattendo contro gli Aragonesi (1407); gli Angioini capitanati dal patriarca Giovanni Maria Vitelleschi, vincitori degli Aragonesi di Alfonso V d'Aragona (1437). Feudo di S.Sofia di Benevento, o anche Feudo di S. Donato, sotto i Normanni fu conquistato dai Militi di Montefusco, poi passò ai Sus, e, per estinzione di linea, alla Regia Corte, diventando una terra demaniale. Dopo il 1799 e fino agli inizi del XX secolo, fu posseduto dai Ruffo.

[4] Accedendo a documenti segreti dell’Archivio Vaticano l’ecclesiastico – riscontrando che quella di Calvi fu una delle ultime, se non l’ultima, residenza di Federico II di Svevia nel sud Italia – da una lettera custodita nell’archivio e intestata Apud Beneventum (luogo della sua stesura) ha accertato il vincolo della Soprintendenza sul palazzo di Calvi a riconoscimento della sua matrice federiciana e da uno stralcio dello stesso documento vaticano ha ha appreso l’atto di ostilità dell’imperatore verso il pontefice.

Napoli, 16 settembre 2015

 

 

 

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