Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015

Casanova

 di Elio Barletta

Ruggero Cappuccio (Torre del Greco, 19 gennaio 1964), laureato in lettere all'Università di Salerno, pubblicista de Il Mattino, è un uomo di teatro di tutto rispetto. Numerose le sue regìe nella lirica, spesso con la direzione di Riccardo Muti:  Nina, o sia la pazza per amore di Paisiello, alla Scala di Milano (1999); Falstaff di Verdi, al Verdi di Busseto (2001); Gustavo III di Svevia di Verdi al San Carlo di Napoli (2004); Il ritorno di Don Calandrino di Cimarosa al Salzburger Pfingstfestpiele (2007); Natura Viva, testo suo e musiche di Betta al Maggio Fiorentino (2010); L’Elisir d’amore di Donizetti e Battaglia di Legnano di Verdi all’Opera di Roma (2011); Battaglia di Legnano al Verdi di Trieste e Barbiere di Siviglia di Rossini all’Opera di Roma (2012); Battaglia di Legnano al Liceu di Barcellona e Don Pasquale di Donizetti  all’Opera di Roma (2013).

Come drammaturgo sono da menzionare: Delirio marginale (1993, Premio IDI Autori Nuovi); Mai più amore per sempre (1995); riscrittura e regia del Tieste di Seneca e delle Bacchidi di Plauto (1997–98); Desideri mortali, un oratorio profano per Tomasi di Lampedusa (1998); Il sorriso di San Giovanni (1998, Premio Ubu Migliore Novità Italiana e Premio Candoni); Edipo a Colono (1996, Trieste e 2001, Torino); Paolo Borsellino essendo stato (2006); La notte dei due silenzi (2007, Palermo, finalista al Premio Strega 2008); Fuoco su Napoli (2010, Premio Napoli 2011). Ma suo capolavoro è considerato Shakespea Re di Napoli (1994, Premio Speciale Drammaturgia Europea), per l’accostamento degli endecasillabi inglesi nei sonetti di Shakespeare alla lirica del barocco napoletano.

Il forte richiamo di personalità del passato nell’ispirazione di Cappuccio si conferma con questo recente atto unico dedicato a Giacomo Casanova, andato in scena al Nuovo da mercoledì 4 a domenica 8 marzo 2015, presentato da Teatro Segreto, con attori Roberto Herlitzka (protagonista), Marina Sorrenti (la Straniera), Franca Abategiovanni, Carmen Barbieri, Giulia Odori, Rossella Pugliese – le cinque “bambole” – e con Nadia Baldi (regia), Iole Salvato (aiuto regia), Marco Betta (musiche), Carlo Poggioli (costumi), Mariangela Caggiani (scena), Nadia Baldi (luci), Desirèe Corridoni (acconciature), Davide Scognamiglio (videografica), Stefano Pironti (distribuzione), Daniela Costantini (organizzazione).  

Non si può discutere dello spettacolo senza sottolineare lo storico sodalizio Cappuccio–Baldi–Poggioli–CaggianiHerlitzkaSorrenti su cui si basa felicemente. La messa in scena è colta ed ispirata nell’essenzialità di pochi oggetti: valigia bianca, mazzi di fiori, gonne velate che pur non essendo ornamento offrono vivacità sfarzosa. Giacomo è felicemente incarnato in quello splendido settantasettenne – statura alta e snella, volto scavato e pallido, aspetto ascetico – che è Roberto Herlitzka, già Nastro d’Argento alla Carriera nel 2013 e reduce dai due successi nel Don Chisciotte tratto da Miguel de Cervantes ed Il Soccombente di Thomas Bernhard. Un attore che meglio di tutti, sulla scena italiana odierna, unisce tradizione e sperimentalismo con sfumature affioranti dall’animo, sguardi di pura innocenza, intonazioni dense di cultura.

Il racconto di Cappuccio comincia dal pregevole castello del Conte di Waldstein, a Dux (odierna Duchcov), in Boemia, dove Casanova – settantatré anni festeggiati con un calice di acqua gelata – da tredici anni fa il bibliotecario mal sopportato e dove ha scritto le sue Memorie. Ha dovuto lasciare Venezia nel gennaio 1783 per un secondo esilio, volontario, causato da altra sua imprudenza. Incollerito per le offese ricevute per questioni di denaro da un certo Carletti in casa dei Grimani di Santa Maria Formosa – famiglia tra le più ricche e potenti di Venezia – e per avere il padrone sostenuto il Carletti, ha scritto il libello Né amori né donne, ovvero la stalla ripulita nel quale – pur riferendosi a personaggi immaginari – fa tuttavia intendere di essere lui stesso figlio naturale del patrizio Michele Germani nella relazione avuta con sua madre e di essere Zuan Carlo Grimani, da tutti creduto figlio di Michele Germani e di Pisana Giustinian Lolin, frutto del tradimento di questa con il nobile Sebastiano Giustinian. Probabilmente sono notizie veritiere, trapelate fra le case contigue e le viuzze della città in seno ai pettegolezzi delle servitù. Gli aristocratici della Repubblica hanno solidarizzato con la famiglia Germani ed un libello anonimo di controreplica fa presagire un’imminente nuova cattura di Giacomo che però si rifugia in tempo a Vienna, dove per un po’ è segretario dell'ambasciatore veneziano Sebastiano Foscarini, alla morte del quale trova l’occasione di venire a Dux.

È ammalato, ha la febbre, ha dovuto cedere il suo appartamento destinato a una festa con ospiti di tutta Europa, trascina per i vasti corridoi una valigia alla ricerca di altro più modesto alloggio, le chiavi che gli hanno consegnato non aprono alcuna porta, intorno alla mezzanotte trova una camera quasi buia, vi entra, la porta alle sue spalle si chiude irreparabilmente. Senza più fascino nè notorietà – pur consapevole di una prossima fine – non sa di essere giunto all’ultima notte di vita, quella del 4 giugno 1798.

La progressiva assuefazione degli occhi alla profonda penombra gli rivela di essere circondato da cinque figure femminili, cinque eteree e silenziose bambole settecentesche truccate e abbigliate con parrucche, ciglia e abiti velati vistosi che – abbarbicate, a varie quote della scena, ciascuna su uno sgabello bianco – sono inizialmente immobili, con gli arti che oscillano, sembrando burattini che cercano di stare in posa. Rompono l’iniziale staticità per volteggiare nello spazio in tutte le direzioni, prodotte dal pensiero, in sospensione tra realtà e astrazione, piante mosse dal vento, carillon malinconici, nevrotiche marionette. Trascinano gli sgabelli sui quali salgono in piedi  per poi risedersi.

Giacomo cerca di rompere il loro mutismo in tutti i modi con motti, sollecitazioni, provocazioni.  Una sola fra le cinque, detta la Straniera – gli parla e gli chiede chi sia. Si sveglia l’attenzione anche delle altre che, con voci che sembrano richiami della coscienza – in un incalzante atteggiamento collettivo inquisitorio – lo riconoscono, gli chiedono di rivelarsi e di giustificare il suo passato. Tra febbre e delirio, Giacomo – di fronte a quella sorta di tribunale – vorrebbe fuggire da quella stanza soffocante, dalle incomprensioni di una società da sempre dispensatrice di etichette superficiali, dalla sua solitudine di uomo. Nei panni del galantuomo, bibliotecario del castello, è incerto se rivelarsi o no. Negando di essere Casanova si presenta come un suo amico. Sa bene che tutti lo riconosceranno, ma il passaggio dalla prima alla terza persona è per lui un irrinunciabile sollievo della ricerca di sé stesso.

Ne nasce una vibrante contesa nella quale dei tanti profili di cui il veneziano fu effettivamente artefice – si cimentò anche come alchimista, diplomatico, filosofo, agente segreto – ne emergono solo due, antitetici: il libertino/seduttore ed il poeta/scrittore, senza spazio per leggende e mitologie varie. Alle domande insidiose delle donne, convinte di essere di fronte al campione di lussuria di quei i tempi, Casanova ribatte raccontando e ricostruiendo eventi passati, implorando giudizi sereni. Nelle sue accorate parole, amplificate nella loro intensità d’espressione dai microfoni, c’è il luminoso giovane Giacomo, l’arresto nei Piombi del Palazzo Ducale di Venezia, la fuga e la ritrovata libertà grazie all’aiuto del compagno di cella, il monaco Marino Balbi. Il velo di seduttore vanesio consolidatosi nell’immaginario collettivo cade inesorabilmente e rivela un uomo che rivendica di essere stato un grande autore, di aver scritto con rarissima e squisita modernità, di aver intimamente posseduto un numero di donne di gran lunga inferiore a quello superficialmente attribuitogli.

Qui si rivela la grande differenza con Il Casanova di Federico Fellini (1976) – film raffigurante un ambiente squisitamente artificiale di una Venezia superglaciale – in cui il protagonista è a tal punto di distacco da un passato irrimediabilmente perduto da immaginare un ballo ed un amplesso con una bambola meccanica. Le bambole del Cappuccio, invece, preparate dalla Naldi, non sono più l’oggetto principale di un perverso desiderio sessuale, ma il mezzo con cui – attraverso esse – il vecchio libertino si rifà alle donne che da uomo di lettere ha veramente rispettato ed amato.

Efficace la regia di Nadia Baldi che svolge la trama in un’atmosfera fantastica, un luogo–non–luogo che si concretizza nelle scene di Mariangela Caggiani e nei costumi di Carlo Poggioli. Roberto Herlitzka costruisce un personaggio amaro e ironico allo stesso tempo, invecchiato e stanco ma non per questo privo di verve e di fascino. Molto indovinata le battute: «Non si diventa seduttori se non si è mai stati adeguatamente sedotti»; «Se fossi Casanova non sarei Casanova»; “Per essere felice un solo momento ho pagato con la galera, l’esilio, la derisione, la gonorrea, la sifilide, la tristezza”.

Ruggero Cappuccio non ha dimenticato nessuna delle ferite che la vita ha inciso sull’animo di Giacomo Casanova, rivendicando il sopravvento dell’uomo ignorato come letterato sull’uomo ricordato come avventuriero ed offrendo con questo spettacolo un momento di grande teatro e  di verità storica.

Non convincente del tutto le luci, a volte più fredde che evocative, spesso ingenerose verso il protagonista. Troppo stridule le voci delle “bambole”

Alla fine il pubblico ha applaudito ancora più vivacemente e lungamente del solito – particolarmente Herlitzka – a dimostrazione che ha molto apprezzato il tutto e che si è anche divertito.   

 

Napoli, 11 marzo 2015

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