Napoletani di nascita o d’adozione

Bartolomeo Capasso

di Elio Barletta 

Fu la visita guidata nel centro storico cittadino Passeggiata tra arte e cultura, proposta dall’Associazione NarteA. a farmi scoprire, in un sabato del maggio 2008, l’esistenza di questo funzionario ottocentesco. Eravamo poco più di una cinquantina di persone che – partiti intorno alle 10 dalla ben nota scalinata di accesso all’edificio centrale dell’Università Federico II – attraversammo la carreggiata del corso Umberto I, alias “Rettifilo”, per svoltare, sul marciapiede opposto, prima a sinistra verso piazza Nicola Amore, poi a destra in via Luigi Palmieri ed in via Giuseppe Marotta, una breve arteria rettilinea di vistosi caseggiati ottocenteschi. AVai a: navigazione, cercall’ultimo edificio di destra ci fermammo di fronte ad una lastra di marmo del 1903, sistemata all'altezza di un appartamento al primo piano, che ricorda la casa in cui nacque – il 22 febbraio 1815 – un certo Bartolomeo Capasso, definendolo un "inclito storico ed onorando cittadino". Chi è stato mai costui? Una domanda probabilmente senza risposta. Eppure stiamo incontrando una di quelle figure di silenziosi funzionari che – operando nel lavoro amministrativo con determinazione, sistematicità e passione – pur rimanendo sconosciuti ai più, forniscono un notevole apporto alla società civile di appartenenza.

Il nostro personaggio è stato un ragazzo che – rimasto in tenera età orfano di padre (1824) e privo della guida di un maestro –  fu iscritto al seminario di Napoli, dove cominciò i suoi studi, per poi trasferirsi, a distanza di due anni, nel seminario di Sorrento. Terminati gli studi tra i 16 e i 17 anni, compì un lungo viaggio in Italia e rientrò quindi a Sorrento ove iniziò a dedicarsi con impegno alla ricerca.

La sua formazione, apparentemente senza avvenire, dovette subito orientarsi verso l'approfondimento dell'erudizione classica e, più ancora, l’inserimento nella tradizione culturale napoletana, in particolare la storiografica riguardante il periodo medievale del Regno, fino a diventare, come vedremo, uno storico, un archivista ed un archeologo italiano di prim’ordine.

I suoi interessi lo portarono a contatto con il gruppo che faceva capo a Carlo Troya e a partecipare alla nascita della Società storica che il medesimo Troya fondò a Napoli (1844).

Quando sposò Agata Panzetta (1844) partecipò alla nascita della Società Storica Napoletana alla quale collaborò per quattro anni, con vaste e molteplici ricerche e conseguenti pubblicazioni, come la Topografia storico-archeologica della penisola sorrentina (1846) e la Raccolta di antiche iscrizioni edite ed inedite connesse a quei luoghi.

Dopo aver dato alle stampe i suoi primi lavori, gli Scritti principali, entrò come socio nella prestigiosa Accademia Pontaniana (1856) e nell’Accademia Ercolanese (1857), confluita nella Società Reale di Archeologia, letteratura e belle arti, diventando di entrambe presidente.

Prevalentemente si soffermò sulle età normanna e sveva, restando sempre nell'ambito di una cultura napoletana non all'altezza dei ben più elevati livelli raggiunti dalla scuola filologica tedesca d'inizio secolo, alla quale solo sul tardi fece attenzione. Il che, peraltro, non implicò mai un rifiuto della tradizione napoletana, anzi i numerosi suoi studi, sia nella ricerca storica sia nell'edizione critica delle fonti – di cui difese strenuamente l'autenticità – tesero sempre ad esaltare, o comunque a sottolineare, il ruolo svolto dal Regno o, più in generale, dalla Nazione napoletana nelle vicende italiane ed europee e la validità della cultura napoletana dei secoli trascorsi. Entrambe queste tematiche si trovano espresse nell'opuscolo Le leggi promulgate dai re normanni nell'Italia meridionale, raccolte ed illustrate con documenti e memorie del tempo e  confrontate con il diritto romano e canonico ed i codici barbari (1862). Si trattò di un piano di lavoro che si proponeva di sottolineare il valore storico della legislazione normanna e l'importanza di precedenti adempimenti ottenuti nel Regno, che non portò mai a termine.

Ma gli l’opportunità di fornire vari saggi delle sue vaste ricerche: negli Atti dell'Accademia Pontaniana, scrisse La Novella di Ruggiero re di Sicilia e di Puglia (1867), promulgata in greco (1150) ed edita dalle biblioteche di San Marco in Venezia e Vaticana in Roma in latino, più la memoria Sulla storia esterna delle costituzioni del regno di Sicilia promulgate da Federico II (1868); negli Atti dell'Accademia di archeologia, lettere e belle arti la memoria Sul catalogo dei feudi e dei feudatarii delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna (1868), documento di capitale importanza per la conoscenza del sistema feudale ed amministrativo della monarchia normanna, nonché per la conoscenza della topografia e toponomastica della regione.

Va notato che in tutti i suoi lavori il Capasso esaltò la “modernità” sia delle leggi, sia dell'organizzazione statuale normanna e sveva, riscontrando somiglianze delle prime con la legislazione imperiale romana ed il concetto di Stato unitario nella seconda. Per lui il Regno nei secoli XII e XIII impedì ai feudi di svolgere un’azione disgregatrice, limitandone decisamente i privilegi e percorrendo iter amministrativi che altre monarchie europee scopriranno solo in età moderna.

Le terre del napoletano e le vicende monarchiche costituirono l'unico oggetto della sua ricerca. Il suo impegno nella ricostruzione della storia nazionale sembrò limitarsi a quella della storia locale, conformemente alla sua posizione politica poco partecipe delle idee liberali e risorgimentali diffuse nei ceti intellettuali della città. Dai circoli liberali frequentati importò un qualche interesse agli avvenimenti contemporanei, ma non ne condivise mai le aspirazioni, le motivazioni ideali, l'impegno nella lotta.

E alla tradizione culturale della sua patria partenopea continuò a collegarsi nel portare avanti i suoi studi: Le memorie storiche della Chiesa sorrentina (1854) e Sull'antico sito di Napoli e Palepoli. Persistente fu anche l’adesione alla storiografia ed alla filologia napoletana, secondo una  tradizione che trovava le sue basi nella ricca fioritura della seconda metà del secolo precedente, ma che poi non si era aperta ai più recenti sviluppi della cultura europea, specialmente tedesca, nel campo della ricerca storica e della ricostruzione critica delle fonti. I suoi lavori si inserirono profondamente nel solco della ormai più arretrata cultura indigena, chiusi ai nuovi apporti della dottrina, privi della vivacità che questa aveva infuso altrove negli studi. Tale arretratezza è confermata dalle sue stesse ricerche sulla situazione generale della cultura napoletana di quegli anni. Nella sua introduzione alla ristampa (1855) della Cronaca napoletana di Ubaldo, edizione dal Pratilli (1751), asserì che quell’opera era un’impostura del secolo scorso.

Alla caduta del Regno borbonico si affrettò a distruggere gli scritti liberali che era andato raccogliendo, temendo di restare coinvolto nella repressione autoritaria.

Tra i fondatori – assieme a studiosi quali Camillo Minieri Riccio e Giuseppe de Blasiis – dell'Archivio storico per le provincie napoletane, organo della Società napoletana di storia patria, di cui fu prima vicepresidente e poi presidente (1883) fino alla morte, ispirò la tematica e la prospettiva metodologica del periodico della società, rendendolo per decenni sicuro testo di riferimento in Europa per ogni problema storiografico del Mezzogiorno. Insuperate restano la rassegna su Le Fonti della storia delle province napolitane dal 568 al 1500 (1876) e quasi tutte le sue predilette ricerche di argomento archeologico e topografico volte a ricostruire la storia della città di Napoli, delle sue vie, dei suoi monumenti. Molti di questi lavori – sulla Napoli greca e romana e sul dialetto napoletano – sono oggi superati per le mutate tecniche di indagine e  prospettive metodologiche, ma quelli di argomento medievale come la Pianta della citta di Napoli nel secolo XI restano fondamentali, perché basati sulla sicura testimonianza dello spoglio di migliaia di documenti d'archivio.

Coinvolto nella classificazione nell'Archivio municipale di Napoli gli fu affidata la sopraintendenza dell'Archivio di Stato di Napoli (13/07/1882), con il gravoso compito di catalogare l'immenso materiale documentario, riordinare i documenti della cancelleria angioina, pubblicare un importante Inventario cronologico–sistematico dei relativi Registri, poi conservati (1894), ordinare il caotico archivio farnesiano trasferito a Napoli nei primi anni del regno di Carlo di Borbone, assegnare la collocazione del materiale più recente secondo una serie di archivi e sezioni speciali. L’opera definitiva – fondamentale per la fisionomia dell'Archivio – fu dal Capasso riassunta e pubblicata in una Relazione al Ministro dell'Interno (1899) e facilitò i lavori di ricostruzione del dopoguerra (1950) curati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga – archivista, storico e genealogista,  funzionario e direttore dell'Archivio – assieme ad  suoi collaboratori.

Nel dibattito erudito sull'autenticità dei Diurnali di Matteo da Giovinazzo, ne sostenne decisamente la falsità in una memoria apparsa negli Atti dell'Accademia di archeologia, lettere e belle arti (1871). Pochi anni dopo pubblicò l'Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 usque ad annum 1266, un'opera di notevole impegno contenente fonti fino ad allora inedite accanto ad altre già note, ma sottoposte a nuova interpretazione critica.

Seguì ancora l’opera sua maggiore – Monurnenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, in due volumi, il secondo dei quali in due tomi (1881), (1885) e (1895) – che lo rese celebre in Europa. In essa è raccolto un vastissimo numero di documenti, molti dei quali inediti, arricchiti da dissertazioni sugli aspetti della vita politica, spirituale, sociale ed economica del ducato napoletano. Con l'Historia diplomatica e i Monumenta offrì un ulteriore saggio delle sue notevoli capacità di ricercatore di documenti e nello stesso tempo mostra una più raffinata sensibilità nell'edizione critica degli stessi. Gli insegnamenti della scuola filologica tedesca della prima metà del secolo erano, ormai recepiti in Italia, e i lavori suddetti provano il rinnovato indirizzo della filologia italiana. I contatti personali con gli studiosi germanici si fecero più frequenti e ne diffusero la fama di studioso di problemi napoletani in tutta Europa. Non per caso fu nominato professore honoris causa dall'università di Heidelberg (1885).

Tra le varie onorificenze concessegli vanno ricordate le nomine di Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia (1877), di socio nazionale dell'Accademia Nazionale dei Lincei (1887), di Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (1899), anno in cui fu insignito della medaglia d'oro per benemerenze patrie dal Comune di Napoli.

Morì a Napoli il 3 marzo I900. La Società napoletana di storia patria pubblicò (1905) la sua ultima opera, Napoli greco-romana,  esposta nella topografia e nella vita.

Le sue opere comprendono inoltre: Sull'antico sito di Napoli e Palepoli. Dubii e congetture (1855); Della vita e delle opere di Pietro della Vigna (1861); Il Tasso e la sua famiglia a Sorrento. Ricerche e narrazioni storiche (1866); Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle province napoletane sotto la dominazione normanna (1868); Sulla storia esterna delle costituzioni del regno di Sicilia promulgate da Federico II (1869); Catalogo ragionato dei libri, registri e scritture esistenti nella sezione antica o prima serie dell'Archivio Municipale di Napoli (1876) e (1899); Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica e sulla popolazione della città di Napoli dalla fine del secolo XIII al 1809. Ricerche e documenti (1883); Pactum giurato del duca Sergio ai Napolitani (1884); Il diritto romano nelle leggi normanne e sveve del Regno di Sicilia (1884); Gli archivii e gli studi paleografici e diplomatici nelle province meridionali fino al 1818 (1885); Napoli greco-romana esposta nella topografia e nella vita, opera postuma (1905).


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