Napoletani di nascita o d’adozione

Ruggiero Bonghi 

di Elio Barletta

 

Imboccando il corso Umberto da piazza Bovio, all’incrocio con via Mezzocannone s’incontra sulla destra una piazzetta rettangolare con tanto di statua, entrambe dedicate (rarità per Napoli) ad un’unico personaggio, quel Ruggiero Bonghi poco noto a molti perché, sebbene nato a Napoli – il 21 marzo 1826, da Luigi, avvocato di origine bergamasca, e da Carolina de Curtis – svolse l’attività di storico, filosofo, filologo, politico, scrittore, giornalista per lo più altrove, un “napoletano di esportazione” che non ruppe mai i legami con la città natale. Perso il padre a dieci anni, fu seguìto dal nonno materno Clemente e messo in collegio dagli scolopi di San Carlo a Mortella. Fece studi irregolari: imparò il greco dal profugo Costantino Margaris, diritto romano dall’economista liberale Giacomo Savarese, filosofia dal fisico e vulcanologo giobertiano Luigi Palmieri. Da solo maturò un’eccellente conoscenza delle lingue classiche sì da tradurre e commentare, a soli vent’anni, opere come il Filebo di Platone. Sua madre sposò (1840) il letterato e purista della lingua italiana Francesco Saverio Baldacchini Gargano, che dalla sua Barletta venne a Napoli per trascorrervi vari periodi della vita. Costui lo prese subito a ben volere, curandosi della sua ascesa in società, ma esercitando ovviamente una seria influenza su di lui.

Ruggiero partecipò ai moti per le riforme e la costituzione (1846–1848), sperando in Pio IX. Ricercato dalla polizia borbonica per le idee liberali, si nascose per un mese nella badia di Cava dei Tirreni. In casa di Gaetano Filangieri preparò una petizione, firmata dai più illustri patrioti del Regno, per Ferdinando II di Borbone affinché concedesse la costituzione. Collaborò al Tempo (1848), il quotidiano moderato di Baldacchini, Camillo Caracciolo e Carlo Troya, allora presidente del governo costituzionale delle Due Sicilie. Dopo le agitazioni seguite all’elezione di Pio IX, fu proprio Troya ad inviarlo a Roma come segretario della delegazione straordinaria, presieduta dal principe Colubrano, per la costituzione di una Lega italiana contro l'Austria. Furono ricevuti da Pio IX (24 aprile), ma la missione fallì presto, le speranze neoguelfe e federaliste tramontarono, la delegazione si sciolse (6/05/1848). Ruggiero restò a Roma fino all'agosto per sottrarsi alla rappresaglia del governo borbonico dopo che Ferdinando II (15/05/1848) ritirò la costituzione e sostituì Troya con Gennaro Spinelli, principe di Cariati, al governo delle Due Sicilie. Rivide il papa offrendogli il Filebo tradotto, incontrò Vincenzo Gioberti, collaborò col giornale Contemporaneo e inviò due messaggi: di deplorazione al re per la svolta imposta, di plauso a Guglielmo Pepe per il rifiuto di ritirarsi con le truppe dal nord Italia.

Andò in esilio a Firenze (agosto 1848) dove approfondì gli studi, ebbe nuovi incontri nell’ambito del gabinetto Vieusseux, condivise l’ideale unitario con Silvio Spaventa, collaborò al Nazionale di Celestino Bianchi. Allontanato dal governo toscano (aprile 1850) su richiesta dei Borboni che gli imputavano a torto articoli in cui sconsigliava il Casato di Lorena dal legarsi ai reali di Napoli, riparò a Torino, ove frequentò le famiglie degli Arconati e dei Collegno, a Pallanza, ancora dagli Arconati, per brevi soggiorni a Parigi e Londra (1851–1852), di nuovo a Torino (1852), infine a Stresa (1859). Nuovi incontri lo portarono a dialogare con Antonio Rosmini, che l’ospitò familiarmente, e con Alessandro Manzoni, subendo il loro forte influsso filosofico, letterario e religioso. Proliferarono i suoi scritti: quattro lettere sul concetto di anima per gli Atti della Accademia di filosofia italica; una Comunicazione sulla psicologia di Rosmini all'Accademia stessa; un Diario con dialoghi brevi sulla lingua e quattro dialoghi filosofici, Le Stresiane, con protagonisti Rosmini, Manzoni, il conte Gustavo di Cavour e lui stesso; le traduzioni della Metafisica di Aristotele e delle opere di Platone Eutidemo, Protagora (Milano, 1857), Diari (Roma, 1880–1896); lettere a Celestino Bianchi dal titolo Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia (1856); altre tre edizioni di lettere, Milano (1856), Milano (1873), Napoli (1884); tanti articoli su giornali e riviste poi inclusi nella raccolta Opere.

Un tranquillo squarcio di vita familiare lo mostra a Belgirate, incantevole comune piemontese sul Lago Maggiore, dove acquistò terreni e si costruì una villa, avendo sposato Carlotta Rusca (1855) dalla quale ebbe tre figli. Nell’incessante attività pubblica, invece, eccolo muoversi – come altri pensatori della sua generazione – fra cultura e politica, con una particolare preferenza per l’azione («La vita non è né scrivere né parlare, ma agire») ed il vero («Niente educa il carattere quanto l'abitudine costante di dire il vero»).

Dopo la fedele collaborazione per la campagna di Lombardia con il suo mito, Camillo Benso di Cavour, e dopo la “Pace di Villafranca” tra Francesco Giuseppe e Napoleone III, il ministro della Pubblica Istruzione sabaudo, Gabrio Casati, gli assegnò la cattedra di logica dell’università di Pavia offertagli anni prima dal governo austriaco e da lui rifiutata. Ispirandosi alle tesi del filosofo, politico e scrittore Terenzio Mamiani della Rovere, scrisse sulla evoluzione del pensiero filosofico dal Medioevo all'età moderna e sui contemporanei italiani. Dichiarato Cittadino sardo (29/01/1858), fu eletto deputato al Parlamento Subalpino, collegio di Belgioioso, VII legislatura (25/03/1860). Quando Francesco II di Borbone concesse la costituzione e l'amnistia per gli emigrati politici (25/06/1860), su consiglio di Cavour rientrò a Napoli per l'immediata annessione al Piemonte. Con l’arrivo dei Mille, Garibaldi lo nominò vicesindaco, carica con cui presentò, a Grottammare, la deputazione napoletana a Vittorio Emanuele II (13/10(1860). Gli concesse anche la cattedra di storia della filosofia dell'università di Napoli e Luigi Carlo Farini lo fece segretario del Consiglio di luogotenenza (9/11/1860). Decadde per incompatibilità da deputato, ma fu rieletto, VIII legislatura, collegio di Manfredonia, alla 1a Camera del Regno d'Italia (3/02/1861), decadendo viceversa dall’insegnamento.

Seguirono anni di autentica altalena: cattedra onoraria di letteratura greca all'università di Torino e fondazione de La Stampa (1862), giornale diverso dall’attuale; cattedra di letteratura latina all'Istituto di studi superiori di Firenze (1865) e di storia antica all'Accademia scientifica letteraria di Milano (1867); membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (1866); direzione del giornale La Perseveranza di Milano (1866–1874); rinuncia alla cattedra e rielezione a deputato, collegio di Agnone (1869); richiamo alla cattedra all'Accademia di Milano e decadenza da deputato (1870); rielezione a deputato (1870); cattedra di storia antica a Roma  (1871); collaborazione ai giormali Il Politecnico e La Nuova Antologia con articoli per le Rassegne politiche (1866–1895), immessi nelle Opere; fondazione della rivista La Cultura (1881); rielezione a deputato, XII legislatura, collegi di Agnone e Lucera (1874); nomina a ministro della Pubblica Istruzione, governo Minghetti (1874–1876); presidenza della Dante Alighieri; membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei; membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (1876); rielezione a deputato, collegio di Conegliano (1877); socio dell’Accademia Reale di Torino, dell'Istituto lombardo di scienze e lettere, dell'Istituto veneto, dell'Accademia reale di Palermo, dell'Accademia della Crusca e della Società di storia patria (1879); presidenza e poi segreteria della Reale Accademia di scienze morali e politiche di Napoli (1880); presidenza della Regia Accademia musicale di Santa Cecilia e dell'Associazione della stampa (dal 1884 alla morte); cattedra da emerito dell'università di Roma.

Tre le sue priorità: educazione, istruzione, politica ecclesiastica; tre i percorsi: insegnamento universitario, vita parlementare, giornalismo.

Per l’istruzione si dichiarò favorevole alla soppressione dell'università di Sassari, preferendo meno ma più efficienti università; con articoli sul Nazionale di Napoli (1861) e interventi alla Camera (1862), combatté il ministro Matteucci che a suo dire aveva notevolmente limitato la libertà di insegnamento nelle università. In varie occasioni (1863 e 1865) s’interessò alle condizioni della pubblica istruzione ed ai problemi dell'università in Italia. Pur estraneo alla scuola del Puoti, fece parte (1869) della Commissione, presieduta da Alessandro Manzoni, per l'unificazione della lingua in Italia. Da ministro della Pubblica Istruzione si dovette limitare ai nuovi regolamenti integrativi della legge Casati: introdusse garanzie per la libertà d'insegnamento degli istituti universitari, cattedre di lingue e letterature neolatine, obbligo della tesi di laurea scritta, pubblicazione del «Bollettino ufficiale», istituzione della Biblioteca Vittorio Emanuele II di Roma, riordino delle Accademie della Crusca e Nazionale dei Lincei, fondò la Direzione generale degli Scavi e dei Musei, il Collegio Convitto Principe di Napoli in Assisi per gli orfani dei maestri e di Anagni per le orfane, aggiornò i programmi e gli esami per l'istruzione media, migliorò le condizioni dei maestri elementari, inaugurò nel Collegio Romano tre Musei: il Nazionale Preistorico Etnografico, l’Italico e il Kircheriano. Non più ministro – in opposizione alla Sinistra e a difesa dell suo operato – rinnovò più aspramente il contrasto col ministro di turno Baccelli per il progetto (1882) di riforma universitaria fondato sul principio dell'autonomia degli atenei sotto il triplice profilo didattico, amministrativo e disciplinare, ritenendo inconciliabile – d'accordo con l’amico Silvio Spaventa – in uno Stao moderno, l’esistenza di enti autorizzati ad amministrare liberamente somme ingenti del pubblico denaro.

La politica ecclesiastica gli era già familiare per la prefazione alla traduzione dello scritto del filosofo ed economista britannico John Stuart Mill, Torto e diritto dell'ingerenza dello Stato nelle corporazioni e nelle proprietà della Chiesa, Torino 1864. Discostandosi in questo dal pensiero di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”, manifestò la sua aspirazione a un rinnovamento della vita religiosa e della Chiesa, con una distinzione dallo Stato che non significasse separazione territoriale, perché contrario a lasciare al papa l’assoluta sovranità sulla città di Roma. Richiamandosi al filosofo, politico e storico francese, visconte Tocqueville – che, pur da ateo, riconosceva l’importanza della religione nel progresso individuale e sociale di un popolo – Bonghi auspicò l’ingresso dei cattolici in un grande partito conservatore nazionale. Da relatore della legge sulle guarentigie (13/05/1871), fu l’intermedario politico tra il ministero, propenso alla più ampia indipendenza del pontefice e al principio liberale cavouriano, e la Sinistra, contraria a entrambi gli orientamenti. Subì il risentimento di cattolici liberali, giurisdizionalisti e Sinistra, ma l’atto unilaterale da lui varato consentì al governo italiano di regolare quei rapporti con la Santa Sede che dopo l’occupazione di Roma ressero fino ai Patti Lateranensi del 1929.

S’interessò molto della successione a Pio IX (1878) con articoli, poi raccolti in volume (Milano 1877) sulla legislazione e le procedure per la elezione del pontefice e, dopo l'elezione del nuovo papa, con articoli e discorsi raccolti nei volumi Leone XIII e l'Italia (Milano 1878) e Leone XIII (Città di Castello, 1884) sul carattere e gli atti del nuovo pontefice. In un clima di relativa calma tra pontificato e governi di Sinistra non ritenne che fosse ineluttabile il conflitto tra Chiesa e Stato, tra cattolicesimo e mondo moderno. Ritenne anzi la legge delle guarentigle come premessa di una possibile, anche se lontana nel tempo, conciliazione, che però non fosse fondata sul ripristino del potere temporale. Dopo il fallimento delle speranze di conciliazione, assunse un fermo atteggiamento contro la recrudescenza dell'anticlericalismo e contro l'operato della massoneria. Due sue lettere al sindaco di Roma criticarono l’inaugurazione del monumento a Giordano (ottobre 1887).

Si ruppe anche con gli amici della Destra, Massari, Minghetti e Peruzzi per essersi opposto al progetto di quest’ultimo di introdurre i laici nelle congregazioni diocesane e parrocchiali amministratrici delle proprietà della Chiesa. Alla Camera si dichiarò inoltre contrario al progetto di legge per l'abolizione delle facoltà di teologia, ravvisandovi la cessione da parte dello Stato di un settore della cultura al controllo esclusivo della Chiesa, ed al disegno di legge per la soppressione delle congregazioni religiose in Roma.

In politica estera criticò aspramente con i suoi articoli l’atteggiamento italiano, da lui ritenuto passivo, al congresso di Berlino (1878) che servì a regolare i nuovi confini nei Balcani sotto l’egida di Russia ed Austria. Si oppose nettamente alla Triplice Alleanza, il patto militare difensivo stipulato il 20 maggio 1882 a Vienna dagli imperi di Germania e Austria-Ungheria (già formanti la Duplice Alleanza) e dal Regno d'Italia, inizialmente voluto da quest’ultimo e successivamente dalla Germania. Entrambi gli Stati, infatti, erano preoccupati dell’espansione coloniale francese dopo il trattato del Bardo (1881) che istituiva il protettorato, con conseguente occupazione militare, da parte della Francia sulla Tunisia (alla quale mirava anche l’Italia).

Bonghi si oppose all’ondata antifrancese dell’opinione pubblica, caldeggiò un riavvicinamento alla vicina Repubblica transalpina, ritenne gravose le spese militari richieste dalla Triplice, intravide nella Germania il tentativo di spingere la Francia verso il Mediterraneo e l'Africa settentrionale per distoglierla dall'Alsazia-Lorena. Il contrasto con Giovanni Giolitti si andò via via  accendendo, per una sua vera e propria campagna di stampa di cui si ricordano due lettere ai giornali, una sul francese Gaulois (4/04/1891), invocante la miglioria delle relazioni commerciali ed il riavvicinamento tra i due Stati, un’altra sul francese Matin  (11/02/1893) intitolata Où nous sommes en Italie nella quale giudicava negativamente Guglielmo II e la freddezza dell’opinione pubblica verso la Germania.

Con un articolo sulla Nuova Antologia (15/01/1893) attaccò il Presidente del Consiglio, la Destra, lo Stato liberale, i partiti, il Parlamento, le usurpazioni di potere di Camera elettiva e ministri a danno del sovrano. Giolitti lo deferì al Consiglio di Stato (16/02/1893) di cui era membro, per l'articolo 4 (legge 2/06/1889) che prevedeva la rimozione del consigliere che avesse “con atti gravi compromesso la propria reputazione personale e la dignità del Collegio”, ma la Commissione giudicante, presieduta da Silvio Spaventa formulò soltanto un indiretto e impersonale richiamo. Riprese quindi imperterrito le polemiche su politica estera e interna, problemi finanziari, poteri costituzionali del sovrano sulla stampa; due gli scritti in proposito: Il diritto del Principe in uno Stato libero (Nuova Antologia, 15/12/1893) e la premessa all'opuscolo di Ignazio Brunelli  (Per un Consiglio privato della Corona, Bologna 1895).

Sue opere: La vita e i tempi di Valentino Pasini (Firenze, 1867), biografico nella prima parte, con la storia di Venezia e dell'Italia dal 1848 al 1863 nella seconda; I partiti politici nel Parlamento italiano (1868) articoli di denuncia del parlamentarismo (Opere, II); Storia della finanza italiana dal 1864 al 1868; Lettere al Comm. Giuseppe Saracco (Firenze, 1868), a difesa della politica economica del Minghetti; articoli sul periodico L'Alleanza prussiana e l'acquisto della Venezia (gennaio–aprile 1869), poi in volume (Firenze, 1869, ora in Opere, XIV); traduzione, del Dizionario di antichità greche e romana di Anthony Rich (Milano, 1869); Discorsi e saggi sulla pubblica istruzione (1876); Pio IX e il Papa futuro (1877); Il conclave e l'elezione del pontefice (1878); Il Congresso di Berlino (1878); Ritratti contemporanei: Cavour, Bismarck, Thiers (1879); Francesco d'Assisi (1884); Arnaldo da Brescia (1885); Vita di Gesù (1890); I fatti miei e i miei pensieri - pagine del Diario (1927, postumo).

Suoi studi e manuali: La elezione del deputato (Firenze, 1865); Bibliografia storica di Roma antica. Saggio e proposta (Roma, 1879); La storia antica in Oriente e in Grecia. Nove conferenze (Milano, 1879, 1888); Disraeli e Gladstone. Ritratti contemporanei  (Milano, 1881). Di una grande Storia di Roma, dedicata alla memoria di Vittorio Emanuele II, comparvero però solo i primi due volumi: I re e la repubblica sino all'anno 283 di Roma (Milano, 1884) e Cronologia e fonti della storia romana. L'antichissimo Lazio e origini della città (Milano, 1888), più un Frammento postumo del terzo volume (Milano, 1896).

Ultimi scritti: Il paganesimo; Il cristianesimo; la Conferenza nell'Aula magna del Collegio Romano (Firenze, 1893); Prime armi; Filosofia e filologia (Bologna 1894).

Scritti minori: lezioni all’università, discorsi politici alla Camera e nelle associazioni, conferenze, articoli a giornali e riviste (Nuova Antologia e La Cultura) di politica, di letteratura, di storia, libri e manuali per le scuole, traduzione dei dialoghi di Platone, accompagnati da lunghe e dotte introduzioni. 

Negli ultimi anni di vita tre episodi contraddittori segnarono il suo isolamento politico e culturale. Fermamente contrario all’irredentismo con attacco alla Camera (1880), ne riconobbe poi le aspirazioni e la necessità di rettifica dei confini orientali in Venezia Giulia, difendendo anche la Dante Alighieri, accusata di essere ostile agli interessi austriaci. Nella polemica apertasi con la Chiesa per l’accoglienza negativa degli ambienti ecclesiastici e la messa all'Indice (16/03/1892) della sua Vita di Gesù (Roma, 1890), libro divulgativo tutt'altro che blasfemo, inviò una lettera aperta a papa Leone XIII di rammarico per la condanna e di rassicurazione della sua fede, tentativo di riconciliazione che ribadiva il suo convincimento di uomo di Destra che Chiesa e Stato dovessero unirsi nella lotta contro il socialismo e il materialismo, tentativo che ottenne l’effetto opposto perché fu interpretato come intento di recuperare la credibilità dei cattolici intransigenti, la cui ostilità gli era costata l’esclusione nelle elezioni generali (1892). Criticò improvvisamente la politica africana delle nazioni colonialiste, ritirando la fiducia accordata sulla “missione civilizzatrice” dell'Europa in Africa, quindi riferendosi anche all’espansione della Francia che aveva precedentemente sostenuto.

Malfermo in salute, assistette alle celebrazioni del 25° anniversario del 20 settembre scrivendo una commemorazione per la Nuova Antologia; tornò poi alla casa in cui si era stabilito dall'agosto precedente per ragioni di salute, al Corso Vittorio Emanuele di Torre del Greco, dove si spense il mattino del 22 ottobre 1895, sul cui fronte esterno fu apposta una targa commemorativa.

Gli furono intitolate la piazzetta ed il monumento di Napoli, la Biblioteca Comunale, il Convitto nazionale e il Liceo Classico di Lucera (FG), città di origine della sua famiglia alla quale fu sempre legato culturalmente e politicamente, come deputato del collegio cittadino.

I suoi manoscritti sono tutt’ora conservati presso l'Istituto per la Storia moderna e alla Biblioteca Nazionale di Firenze. La bibliografia sul patrimonio lasciato da Bonghi – finora raccolto e pubblicato in quattordici volumi – è vastissima seppure incompleta e con talune inesattezze; saggi, articoli, note, dialoghi, appendici si sono raccolti nei 117 anni trascorsi dopo la sua morte. Scrissero di lui uomini del calibro di Francesco D’Ovidio, Flavio Ermini, Raffaele De Cesare, Enrico Pessina, Ugo Ojetti, Emanuele Gianturco, e tanti tanti altri ancora.

Nell’incessante operosità di questo personaggio emersero per intero pregi e difetti del suo carattere: vivacità e versatilità d'ingegno; brillante vena oratoria (Francesco D'Ovidio lo accostò a Cicerone); capacità sofistica di sostenere tesi opposte; superficialità e volubilità d'interessi a danno delle azioni intraprese (assai riprovate da Benedetto Croce); impulsività dei giudizi dietro l’apparenza del ragionamento sottile; quotidiana ricerca di mondanità nei salotti più eleganti del tempo; inesauribilie voglia di conversazione. Il suo impegno per le realizzazioni fu spesso frenato da uno spirito critico spesso contraddittorio e da un desiderio istintivo di contrastare l'opinione dominante. Vasta ma dispersiva, talvolta incompleta l’immensa produzione di testi; discontinua e incostante la presenza alla Camera; irrequieta la militanza nella Destra e la posizione in società. Non fu quindi un vero statista, ma, invece, fu un eccellente osservatore e critico della storia, dei costumi, dei fenomeni sociali, un uomo di incommensurabile cultura.



 

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