Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015

Amerika

(dall’omonimo romanzo di Franz Kafka)

di Elio Barletta

 

Il quarto appuntamento previsto dal cartellone ha richiamato un colosso della letteratura europea dai forti contenuti filosofici, quel Franz Kafka, nato a Praga il 3 luglio 1883 da una famiglia ebraica ashkenazita di madrelingua tedesca appartenente alla media borghesia e morto ad appena quarantun’anni nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, il 3 giugno 1924, dopo una dolorosa agonia per una grave forma di tubercolosi degenerata in laringite.

Il suo primo romanzo, scritto tra il 1911 ed il 1914 con il titolo Il disperso (Der Verschollene), pubblicato postumo in Germania, inizialmente nel 1913, come racconto limitato al primo capitolo dal titolo Il fochista, successivamente nel 1927, come romanzo curato da Max Brod – amico,  esecutore testamentario e biografo di Kafka – che cambiò il titolo in America.

Fra i vari traduttori del testo, Fausto Malcovati – professore all’Università Statale di Milano di Letteratura russa, particolarmente esperto di narrativa di fine Ottocento e di prosa di inizio Novecento – è stato quello che lo ha adattato alle scene assieme al regista e critico d’arte Maurizio Scaparro.

Lo spettacolo che ne è derivato – dopo una prima fortunata edizione del 2000 –  è stato riproposto in un nuovo allestimento, prodotto dalla Compagnia Gli Ipocriti e dalla Fondazione Teatro della Pergola, secondo il progetto finanziato con POR FESR 20072013 “La cultura come risorsa”. Il fortunato debutto al Napoli Teatro Festival Italia del giugno 2014 in occasione del semestre di Presidenza Italiana dell'Unione Europea, si ebbe al Museo Nazionale Ferroviario di Napoli “Pietrarsa”, nella Sala dei 500. La successiva tournee  ha visto il Nuovo come prima tappa, da mercoledì 14 a domenica 18 gennaio.

Il lavoro è interpretato dagli attori  Giovanni Anzaldo, Ugo Maria Morosi, Carla Ferraro, Giovanni Serratore, Fulvio Barigelli, Matteo Mauriello, sotto la regìa dello stesso Scaparro e l’assistenza alla regia di Ferdinando Ceriani. Ulteriore citazione meritano le scene del compianto Emanuele Luzzati, le riprese di Francesco Bottai, i costumi di Lorenzo Cutuli, i movimenti coreografici di Carla Ferraro, le musiche ispirate alla cultura yiddish e al jazz nero di Scott Joplin, adattate da Alessandro Panatteri ed eseguite dal vivo da Alessandro Panetteri (piano), Andy Bartolucci (batteria), Simone Salza (clarinetto).

La trama descrive le peregrinazioni di Karl Rossman, un ragazzo sedicenne ebreo boemo, costretto dai suoi genitori ad emigrare a New York per sottrarsi allo scandalo provocato dall’essere stato sedotto da una donna più grande di lui, la cameriera di casa, successivamente rimasta incinta. Lo impersona Giovanni Anzaldo, già affermatosi nel 2010 con il Premio Ubu come miglior attore under 30, nello spettacolo teatrale di Alessandro Gassman Roman e il suo cucciolo, e per le successive partecipazioni in TV e nel cinema, nei quattro film del 2014: Il capitale umano di Paolo Virzì, ambientato in Brianza, vincitore di sette David di Donatello; Mi chiamo Maya, opera prima di Tommaso Agnese: L'attesa, di Piero Messina, in cui recita accanto a Juliette Binoche; Mille Volte addio di Fiorella Infascelli, appena concluso.  

Imbarcatosi sulla prima nave diretta a New York, Karl comprende subito la durezza della vita di un emigrante e la sofferenza per quelle “regole” che lo perseguiteranno già durante il viaggio. Arrivato come un pacco postale, fa amicizia con il fuochista di bordo, in procinto di essere ingiustamente licenziato. Mentre si impegna per aiutarlo, nella cabina del capitano s’imbatte per la prima volta nello zio Jakob senatore – il classico “zio d’America” ricco – che lo stava cercando e che, riconosciutolo, se lo porta via costringendolo ad abbandonare il fuochista.

L’accoglienza dell’influente parente è fredda ed il regime di vita che gli viene imposto è ferreo. Malgrado tenti pazientemente di sopportarlo, dopo qualche tempo Karl è scacciato soltanto  per aver accettato l'invito di un socio in affari dello zio per una gita in campagna, da questi non condivisa e quindi non approvata. Ritrovatosi in strada, intraprende un viaggio senza meta nel cuore della società americana che lo porta ad incontrare due vagabondi, il francese Delamarche e l'irlandese Robinson. Per qualche tempo viaggia con loro che gli promettono di aiutarlo a trovare un'occupazione che gli permetta di sopravvivere e mantenersi da solo, ma intanto di nascosto gli vendono i vestiti e gli mangiano il cibo. L’incresciosa situazione perdura fino a quando riuscirà a trovar lavoro come ragazzo d'ascensore presso il rinomato "Hotel Occidental", grazie all'interessamento della capocuoca, che lo presenta alla dattilografa Therese, ragazza diciottenne proveniente dalla Pomerania. Entrambe molto cortesi e affezionate con lui, lo inducono ad essere diligente onde evitare di mettersi nei guai. Addirittura inizia a studiare nelle ore libere e sopporta la convivenza con altri ragazzi nel dormitorio comune.

Ma anche il Direttore dell’albergo – la faccia feroce dell’America – lo licenzierà in tronco dopo pochi giorni. I tentativi di giustificarlo delle due donne non bastano a salvarlo dalla colpa di essersi momentaneamente allontanato dall’ascensore – scontrandosi con il capo cameriere ed il capoportiere – impietosito dalle richieste di uno dei due vagabondi, che, ubriaco, era venuto a chiedergli del denaro. Privo di alloggio e di soldi, sarà costretto, con i due disperati, ad andare a servire, nell'appartamento di Delamarche, una certa Brunelda – cantante grassa capricciosa e dispotica, un tipo felliniano – che li asservirà completamente tutti e tre.  

Inizialmente deciso ad andar via, Karl sarà letteralmente impedito dai due compari che prima lo picchiano e poi lo rinchiudono in camera; sul terrazzino della stanza fa conoscenza con uno studente che abita vicino e che gli consiglia di rimanere in quanto difficilmente troverebbe un altro posto altrove.

Un giorno, da un manifesto del Nature Theatre of Oklahoma apprende che si ricercano  collaboratori e cge sarà preso a lavorare chiunque si presenti; viene così assunto come operaio tecnico e mandato in treno da New York a Oklahoma City. Questo è l'ultimo episodio di cui il giovane Karl è protagonista; con il suo arrivo nella città, il romanzo s'interrompe. Secondo Max Brod lo scrittore avrebbe voluto riservare al lettore la sorpresa di una conclusione ottimistica, col ritorno in patria e la riappacificazione con i genitori.

Con uno spettacolo squisitamente lieve ed elegante ritorna come suo costume – di tanto in tanto in palcoscenico – Maurizio Scaparro, con volti e corpi diversi, ma con i consueti temi importanti riguardanti le differenze, le necessità, le aspirazioni, le debolezze umane.  Attraverso un gioco di ironie, amori e disperazioni, regala con questa Amerika la sua visione fantastica del racconto di Kafka. E lo fa con misura, senza cadere nell’eccesso dei luoghi comuni. In proposito ha scritto infatti: «In un'Europa dove flussi migratori sono sempre più massicci e spesso drammatici ci troviamo, ormai da anni, a riflettere sulle nostre origini, sulle nostre storie, sulle nostre contraddizioni, ma fortunatamente anche sulla nostra dirompente vitalità».  

Nell’indubbia attualità della commedia traspare subito la critica magistrale del materialismo americano fatta con sorprendente preveggenza dallo scrittore boemo, una realtà conseguente alle dure leggi comportamentali imposte dal totem dell’efficienza piuttosto che al razzismo, all’emarginazione, alla discriminazione, all’odio per il diverso, del tutto incomprensibili per un popolo fatto prevalentemente di immigrati europei ricchi di disperazione e miseria, gente che non può permettersi scrupoli o limitazioni etiche, ma ha tanta forza e volontà di emergere.  Karl insegue nel suo viaggio il sogno di una vita migliore cha sta quasi per realizzarsi,  ma che non raggiunge mai. Malgrado ciò non si dispera. Non gli è stata negata l’opportunità di lavorare in quanto diverso. Crede nel nuovo mondo, nella nuova frontiera, ha già assimilato la determinazione, l’ottimismo, il vitalismo che caratterizza le origini quel popolo.

La rappresentazione teatrale è  curata in ogni minimo dettaglio. La messa in scena racconta, attraverso vari quadri, la storia dell'emigrante e del suo viaggio nel Nuovo Mondo. Le agilissime, colorate, poetiche scenografie ci fanno ancora rimpiangere quel grande poeta della scena che fu Emanuele Luzzati, scomparso nel 2007. La musica, eseguita in sala da Alessandro Panetteri, Andy Bartolucci e Simone Salza, è estremamente piacevole.

Giovanni Anzaldo si muove egregiamente sul palcoscenico, mostrando con disinvoltura tutto l'innato talento e la propria versatilità; Ugo Maria Morosi è particolarmente efficace nelle sue  burbere invenzioni; come in un grande circo si avvicendano Matteo Mauriello, Carla Ferraro, Giovanni Serratore,  Fulvio Barigelli in un’incrocio di razze ed umori, voci e suoni, desideri e verità.

Dopo un’ora e 20 minuti di spettacolo il pubblico ha tributato il suo appassionato consenso.

 

Napoli, 21 gennaio 2015

 

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