Storie e Memorie di vita vissuta

4 dicembre 1942: dal cielo, morte su Napoli

di Elio Barletta

 

Gli ultimi mesi del 1942 – lungi dal segnare l’immediata fine del 2° conflitto mondiale – ne videro inequivocabilmente volgere le sorti a favore delle Potenze Alleate.

Sul fronte russo orientale, la battaglia tra i soldati dell'Armata Rossa e le forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi per il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell'importante centro politico ed economico di Stalingrado, iniziata nell’estate e caratterizzata da duri e sanguinosi combattimenti, vedeva capovolgere la situazione dei russi da assediati ad assedianti che – al sopraggiungere del gelo – avrebbe poi portato all’annientamento della 6ª Armata tedesca ed alla distruzione di gran parte delle altre forze germaniche e dell'Asse impegnate nell'area strategica meridionale.

In Africa settentrionale, sul fronte egiziano presso El Alamein, dopo una prima breve battaglia dal 1º al 27 luglio in cui l’8a Armata britannica condotta dal generale Claude Auchinleck riusci a fermare l’avanzata dell'Armata corazzata italo–tedesca del feldmaresciallo Erwin Rommel, una seconda battaglia, dal 23 ottobre al 3 novembre – tra le stesse forze ma con gli inglesi guidati dal generale Bernard Law Montgomery – si concluse con la schiacciante vittoria di questi ultimi, preponderanti per uomini e mezzi, e la loro inarrestabile avanzata verso la Cirenaica.

Nel frattempo, l’8 novembre, aveva luogo l’Operazione Torch (Torcia), nome con cui gli anglo-americani contrassegnarono il massiccio sbarco in Marocco ed Algeria di ingenti forze destinate ad avanzare verso la Tunisia per incastrare fra due fuochi il contingente dell’Asse italo – tedesco.

Cosa c’entra Napoli in tutto questo discorso? C’entra perché con l’incremento di territorio nord–africano e quindi di basi in mano agli Alleati, in particolare agli statunitensi, giunti con una tale prevalenza di risorse e di organizzazione da porsi in primo piano rispetto agli inglesi, si avvicinava l’ora della conquista totale delle coste affacciantisi sul Mediterraneo e quindi del successivo sbarco in Italia, preceduto da un intenso martellamento del territorio.

In lettere segrete inviate a Churchiil – recentemente raccolte in un volume – Roosvelt scrisse: «Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente  bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.» (25 luglio 1941, doc. 67, pag. 151); «Deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.» (31 ottobre 1942, doc 180, pag. 325); «Bombardare, bombardare, bombardare… io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno… la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull'Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri…» (30 luglio 1943, doc. 246, pag. 358).

Napoli – porto principale verso l’Africa e capolinea delle rotte dei convogli marittimi diretti in Libiadal 1940 al 1944 risultò essere la città italiana più bombardata. Con buona approssimazione possono accettarsi i seguenti dati: 200 raid aerei, principalmente degli Alleati, comprendenti le ricognizioni più 130 incursioni, durate complessivamente 43 ore, con 24.000 bombe sganciate; tra i 20 e i 25.000 morti, quasi tutte comuni cittadini; rasi al suolo ospedali, chiese, orfanotrofi, abitazioni civili, con la perdita di 252.000 vani, il 40% del patrimonio abitativo della città; industrie di interesse strategico, civili e militari, distrutte anche nelle zone limitrofe come il silurificio di Baia, le officine Avio di Pomigliano, i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia, le industrie di Poggioreale, l’ILVA di Bagnoli ed innumerevoli altre.

Nel primo pomeriggio del 4 dicembre – era un venerdì – 20 B24 Liberator della 9th Air Force di base in Egitto, volando alla quota allora rispettabile di 7000 metri, in prossimità della Campania si sovrapposero accodandosi ad una pattuglia di caccia tedeschi rientranti da una missione  Privi di quel radar – studiato da Guglielmo Marconi, ma non realizzato per volontà di Mussolini – i nostri servizi di avvistamento non si avvidero della minaccia. Alle ore 16 e 45 circa, senza lo squillo delle sirene d’allarme e senza la reazione preventiva della contraerea, i Liberator si calarono giù sulla città per rovesciare, come loro consuetudine, tonnellate di bombe prioritariamente sul porto, colpendo ed affondando i tre incrociatori Muzio Attendolo, Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli, altre navi da carico e varie strutture di contorno. Ovviamente non si limitarono a questo. Furono colpiti gli edifici di quella via Marina completamente distrutta a fine conflitto e rimasta sventrata per decenni, la zona di Porta Nolana, il palazzo delle Poste, l’ospedale Loreto, le vie centrali Monteoliveto, Vittoria Colonna, Protopisani. La gente fu colta alla sprovvista dall’attacco fulmineo che ebbe per obiettivo case, chiese, ospedali, uffici, negozi, alcuni mezzi pubblici tra cui il tram n. 9 che restò bloccato, sui binari contorti, zeppo di passeggeri, i tanti pedoni mitragliati a bassa quota.

Il bilancio finale di quella cosiddetta “azione bellica” in tema di vite umane perse o ferite o rese disabili non è univocamente determinato, ma tocca sicuramente varie centinaia di unità.

Quel giorno ero un ragazzo di dieci anni andato a scuola nel turno pomeridiano di lezioni – esisteva già il doppio turno – del 1° ginnasio sezione A (non c’era ancora media), annesso al liceo–ginnasio Jacopo Sannazaro. Eravamo usciti dalla porta laterale dell’edificio che dava su Viale delle Acacie (attuale via Puccini).

Alle 16 e 45, con i compagni di classe Lucio Adriani e Rino di Chiro, percorrevo via Morghen quasi all’altezza della stazione della funicolare di Montesanto.

 

 

Eravamo diretti alle nostre case, verso San Martino. L’improvviso rombo degli aerei ci fece fermare con il naso all’insù, divertiti. Pochi istanti, poi lo scoppio intenso delle bombe che scuoteva il selciato ci fece scattare di corsa atterriti. I miei due amici furono molto più lesti di me. Rimasi solo ad arrancare sotto il peso dei libri. Sagome di persone impazzite fuggivano da tutte le parti. Al suolo cadevano le schegge dei proiettili dei cannoni di Castel Sant’Elmo. All’ultimo palazzo sulla destra prima di via d’Auria – rimasto inalterato – scorta l’indicazione di un “ricovero”, non ci pensai due volte: entrai nell’androne, giù per due rampe di scale, quindi in uno stanzone sotterraneo dotato – come tutti i ricoveri della zona di puntelli di sostegno e di panche di legno. Dopo circa un’ora di  nervosa attesa, le sirene del cessato allarme ci fecero uscire. Arrivai al mio palazzo in via Bonito che brulicava di persone su e giù, per le scale di accesso, nella sala con la portineria, nella veranda fra la scala A e la scala B. Fui avvistato e festeggiato come un redivivo dai miei e da vari inquilini. Mio padre, uscito in strada durante l’allarme per venirmi a cercare e tornato preoccupato, trasalì di gioia nel vedermi. Fui da tutti elogiato per aver avuto la presenza di spirito di rifugiarmi in un altro palazzo. Non ho più dimenticato il piacere di essermi comportato da “adulto”.

 

Il giornalista Aldo Stefanile nel suo libro I cento bombardamenti di Napoli. I tempi delle am-lire edizioni Marotta 1968, afferma che la data del 4 dicembre 1942 “è scritta a caratteri indelebili nella storia della città.

 

 Napoli, 10 dicembre 2014

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