Napoliontheroad

per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Su Aurel Victor Spachtholz, parergo

di Antonio Porpora Anastasio

Nel 2002 e nel 2003, fra le pagine della rivista Partenope, del quotidiano Il Sannio e della Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, apparve, a mia firma e in diverse forme, l’articolo Aurel Victor Spachtholz, un artista sulla scia del Grand Tour. Nel testo è tratteggiata la vicenda umana e artistica dell’architetto e artista “scozzese” – in costiera dalla fine degli anni Settanta al 1987, anno della sua morte –, il suo carattere, le sue amicizie, qualche aneddoto, le sue opere, la sua biblioteca. Ciò che scrissi era frutto di esperienza diretta, avendo io stesso conosciuto e frequentato con assiduità lo Spachtholz in quegli anni.

Prediligendo per mia natura ciò che vi è di positivo, di reale e di duraturo fra gli esiti dei passaggi umani, mi soffermai sulla figura dell’artista collegata agli aspetti più emblematici dell’uomo, ritenendo sufficiente, per gli aspetti biografici, quanto l’artista raccontava e scriveva su se stesso e tralasciando volontariamente alcuni punti oscuri del suo passato. Al riguardo lanciai solo delle allusioni: “… Allo scoppio della guerra lascia l’Italia e raggiunge l’Unione Sovietica dove si arruola nell’Armata Rossa. Rientra nel nostro paese clandestinamente nel dicembre 1943 e, con il nome di Capitan Tempesta, prende il comando della Brigata Garibaldi in Valsassina.Fra i suoi tanti amici, fra cui noti magistrati e militari di gran carica, troviamo Renato Guttuso, autore di un suo ritratto, e Lucio Romagnoli, figlio del più famoso Ettore, grecista. …”.

Non mi era estranea la vicenda descritta da Giovanni Gennari, vaticanista ed editorialista del Paese Sera, in un articolo del 16 marzo 1988, secondo cui, stando alle analisi degli anagrammi che Aldo Moro avrebbe trasmesso durante il periodo di prigionia, lo sfortunato uomo politico avrebbe indicato il luogo in cui era segregato. Lo Spachtholz avrebbe così riconosciuto il sito in questione, per esserci stato in precedenza in veste di maestro di pittura, e già nel dicembre 1986, durante una visita a Roma, si sarebbe reso disponibile per mostrarlo ai giornalisti. Tentai di saperne di più ma, una volta compreso che mi sarei addentrato in un campo minato, lasciai perdere l’argomento, anche perché in definitiva mi interessava poco.

Sta di fatto che Aurel fu trovato morto nella sua casa di Vettica pochi giorni dopo l’episodio romano, e così ne scrissi: “Da anni sofferente di cuore, Aurel Victor Spachtholz è morto nel suo studio il 9 gennaio 1987, mentre all’esterno imperversava l’ultima memorabile tempesta che ha flagellato Amalfi e costiera, e da allora riposa nel cimitero di Lone”. Al di là delle congetture e dei sospetti derivati dal breve intervallo intercorso fra la visita al Paese Sera e la morte, ad oggi l’unica certezza è che Aurel, settantunenne, già da tempo soffriva di disturbi cardiaci, e tante volte io stesso gli portavo le medicine prescritte dal cardiologo. In più, sapendo che quasi mai l’infarto è del tutto improvviso, era solito scherzare dicendo che qualora si fosse accorto della presenza dell’implacabile falciatrice, si sarebbe messo a sedere dinanzi a uno specchio per vederla all’opera e ridere del suo lavoro.

Il sottile invito contenuto nel mio breve testo fu accolto, nel giugno del 2006, dal Ricercatore Indipendente Andrea Biscàro, torinese, il quale mi contattò per approfondire la vicenda Moro/Spachtholz. Pochi mesi prima il Biscàro, fra le pagine del mensile Storia in Rete, aveva pubblicato l’articolo Il codice Moro, nella seconda puntata del quale introduceva la figura dell’artista così come da me tracciata. Seguirono intensi dialoghi ed oggi abbiamo altre tre interessantissime puntate dell’inchiesta: Lo strano caso del signor Spachtholz 1 e 2 (aprile e maggio 2007), Caso Spachtholz. Parla la figlia (novembre-dicembre 2010).

Su Aurel Victor Spachtholz, oltre le ricerche del Biscàro e le tante pagine, web e cartacee, in cui è nominato sempre in relazione agli enigmi del caso Moro, nel 2011 Michelangelo Russo ha pubblicato L’amico di Picasso (Hobos Factory) e, nell’estate 2013, Gaetano Rocco Fusco ha pubblicato, all’interno del periodico Furore, l’articolo in due puntate «Il Presidente deve morire!», in cui l’artista è ricordato anche quale affascinante e loquace compagno di viaggio nel breve tratto Amalfi-Vettica del bus in orario scolastico della linea Amalfi-Agerola.

Personalmente, è quest’ultimo aspetto quello che preferisco ricordare del caro Aurel, unitamente a quelli dell’artista raffinato e dell’intellettuale imprevedibile e brillante, del resto l’unica testimonianza da lui lasciata a tutti noi non sono i “segreti italiani”, ma le opere grafiche e pittoriche, conservate in collezioni private, fra cui quelle dedicate alla Costiera – Una rosa sulla scogliera, I lampioni di Atrani, Belvedere a Furore “La panchina”, Amalfi dalle trifore del Duomo, Amalfi. Piazzetta Paradiso, Carlino Cinque fondatore dell’Hotel S. Pietro a Positano, luogo che definiva “il più bel posto del mondo, dopo aver girato tutto il mondo”.

 

27 giugno 2015

 

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