“Storia di una caduta” di  Stefan ZWEIG

recensione di Luigi Alviggi

 

Stefan Zweig (Vienna, 1881), poeta, drammaturgo, biografo, novellista, fa parte del secolo d’oro della letteratura austriaca annoverante letterati del calibro di Musil, Rilke, Roth, Schnitzler, von Hoffmannstahl e lo stesso Kafka che, pur praghese, scrisse in lingua tedesca.

Secolo testimone degli ultimi fasti della dinastia asburgica - dominatrice del mitteleuropa balcanico-danubiano per circa sette secoli, dal tardo XIII al primo XX –, e prodigo di ingegni estremamente innovativi, per non parlare della carica dirompente delle teorie freudiane, cui si sono ispirati lo Schnitzler e lo stesso Zweig. Questi ha lasciato anche un’ampia biografia di Freud. Grande viaggiatore – di lui è documentato un incontro con Maksim Gorkij a Sorrento, negli anni 30 scorsi – morì suicida con la seconda moglie in Brasile nel 1942. Zweig è stato tra gli scrittori più letti tra le due guerre mondiali.

È certo singolare la rapida involuzione dell’impero austro-ungarico che, dallo stile di vita di fine secolo XIX, invidiato in tutta Europa, in poco più di un ventennio giunse al tonfo del 1918, che aprirà poi le porte al nazismo. Per molti critici negli scrittori del periodo citato si avvertono già questi segni di decadenza, ancora sottesi ma non per questo meno forieri degli imminenti crolli.

Nella “Storia di una caduta” sono riportati due racconti narranti, in campi tra loro molto distanti, gli enormi danni mentali che sempre subisce chi si trova ad incorrere in vertiginose “cadute sociali”.

”Madame de Prie” è una marchesa settecentesca in grande auge presso la Versailles di Luigi XV ma la rovina del duca di Borbone, suo amante, travolge anche lei. La profonda analisi di Zweig la coglie nella carrozza lungo la strada verso l’esilio in uno sperduto castello della Normandia. Dallo stridente contrasto iniziale della nuova condizione di vita ella trae motivi di gioia: vagando tra prati e fiori, riscopre il mondo dimenticato di ragazza; il silenzio l’affascina, la solitudine la ritempra. Purtroppo l’attrattiva del nuovo svanisce sin troppo in fretta: la solitudine scatena dentro echi sinistri di vuoto ed inutilità; il silenzio, reso inscalfibile dall’essere stato per anni padrone dei luoghi, diventa la bestia feroce da combattere con ogni mezzo. Che ci fa lei in quel posto sperduto? Ed eccola tentare la strada del perdono: scrive al re, alla regina, agli ex-amanti, ai ministri, pregando, umiliandosi, promettendo, ad alcuni ricchezze, ad altri favori, tutto pur di tornare allo splendore conosciuto ed irrinunciabile. Speranze impossibili destinate a rapido naufragio.

E solitudine e silenzio diventano i suoi crudeli aguzzini. Solo la voce altrui, quando c’è, distrugge i loro ceppi, lesti a richiudersi al suo svanire. Ad essi si aggiunge la noia, per aggredirla tutti insieme senza pietà. Un rozzo ragazzo del luogo pare uccidere questi persecutori, e Madame può illudersi di ritornare alla vita di un tempo. Ma baloccarsi con il prossimo è uno dei tristi retaggi dalla vita di corte. Nella prima visita di questi lo riceve ancora a letto:

 

“Il suo imbarazzo la incantava. Era un godimento non avere pietà e permettere che quel silen­zio si prolungasse, stare a guardare con un sor­riso - mentre a lui, in lotta alla ricerca di una parola con cui esordire, non restava che un balbettio -, vedere i tremiti di quell'uomo ro­busto come una quercia, gli occhi che vagavano disperati d'attorno. Alla fine ebbe compas­sione e prese a interrogarlo sui suoi progetti, per i quali seppe fingere straordinario interes­se, sicché lui a poco a poco riprese coraggio.”

 

Anche la novità del nuovo amante non può che durare poco: lei ben altri uomini ha conosciuto. La confidenza maschile subentrata all’iniziale impaccio la innervosisce, e si muta in ulteriore percezione dell’abisso in cui è precipitata, abituata com’era a principi e duchi. L’amore è sostituito dall’odio, e la donna sa ritrovare solo il piacere di torturare chi le è vicino. Questo mutamento le scatena contro la violenza fisica di lui e tutto ancora finisce troppo velocemente. Si ritrova sola con se stessa e con terrificanti angosce.

“Sollevò il candeliere per guardarsi meglio. E quanto più vicino lo teneva, tanto più le pareva di invecchiare. Ogni minuto passato a guardar­si sembrava inghiottire anni della sua vita, si ve­deva sempre più scialba, più pallida, più mala­ticcia, più senile; si sentiva invecchiare, tutta la sua esistenza sembrava scorrere via. Trema­va. Inorridita, vedeva nello specchio l'intero dispiegarsi del suo destino, del suo decadi­mento, e non si saziava di guardare: teneva lo sguardo fisso sulla maschera bianca e deforma­ta di quella vecchia che lei ormai era. All'improvviso le candele vacillarono tutte in­sieme, come spaventate, le fiamme divenute azzurre sembravano sul punto di volar via dagli stoppini. Ritta nello specchio c'era una sago­ma scura, la mano tesa come per ghermirla. Mandò un grido acuto e per difendersi scara­ventò il candeliere di bronzo contro lo spec­chio, e ne sprizzarono migliaia di scintille. Le candele caddero, si spensero. Tutto si fece buio attorno a lei e in lei, che crollò priva di sensi. Aveva visto il suo destino.”

 

Come può chi è stata signora di Francia fare a meno di Parigi, dell’aria della sua corte? Si ingegna a rincorrerla in un tripudio di feste, organizzate lì nel suo esilio, un’occasione per ridarsi vita, un abbaglio che vale a sondare quanto sia mutata la propria posizione dal potere di un tempo. E si fortifica nell’idea di fondo che va conquistando il suo essere, il suicidio, ma anch’esso non da comune mortale ma da quasi regina qual è stata. Qualcosa che resti nella mente di tutti e la faccia ricordare anche meglio di quello che una volta era. Un’aspirazione che riesce a dare un lugubre senso alla sua vita stravolta. Man mano realtà e finzione vanno a confondersi, e cade in un sogno in cui è sempre più difficile raccapezzarsi. Le resta l’ultima vendetta, prendersi gioco del rozzo villano che, indegno, è arrivato a condividere il suo letto. Gli opposti arrivano a coincidere, e può immaginare per sé il meglio di sempre:

 

“Davvero, anche oltre la morte si poteva recitare la commedia della felicità, e questo prima non lo sapeva. Tutto, gli uomini, il mondo, la morte e la vita, le parve per un istante così immensa­mente buffo che, senza volerlo, il sorriso da lei programmato divenne autentico sulle sue lab­bra spensierate. Si raddrizzò come se da qual­che parte, di fronte a lei, ci fosse uno specchio, era in attesa della morte e intanto sorrideva, sorrideva, sorrideva...”

 

In “Legittimo sospetto” manca la prova certa che inchiodi l’assassino al suo misfatto, ma ogni indizio sembra guidare a lui. Una tranquilla coppia di anziani coniugi, ritiratisi nella tranquillità della provincia inglese per trascorrervi in pace gli ultimi anni, è testimone della pericolosa evoluzione di una coppia di giovani vicini di casa.

Una marito dalla personalità petulante e debordante sconvolge la routine degli anziani, trascinando seco la moglie timida e remissiva, ridotta ad un vacuo accessorio a rimorchio. Un tal fiume in piena ha bisogno di emissari per alleggerirsi la dirompente portata, e la via di sfogo viene assunta da un cucciolo di bulldog regalatogli appunto dai tartassati vicini, spettatori attoniti ed impotenti dello squilibrato rapporto. Ponto, il cane, diviene presto il signore della casa, con l’unico merito di far almeno riposare un poco l’ultrastressata succube moglie. La foga del marito, difatti, elegge l’animale a sostituto del figlio che i due non hanno potuto avere, e incanala su di esso le mille attenzioni che sente esplodergli dentro verso ogni oggetto che susciti in lui una qualche emozione. La nuova passione lo travolge e le cure continue trasformano Ponto nel signore assoluto della casa, rendendolo tronfio e viziato. L’idolatria dell’uomo raggiunge vette assurde.

 

“Quanto più Limpley si avviliva nella sua passione infantile, tanto peggio quell’animale insolente lo trattava; e a poco a poco Ponto escogitò addirittura, per quanto incredibile ciò pos­sa sembrare, un intero sistema volto a fargli ca­pire che lui sopportava graziosamente le sue carezze e il suo entusiasmo, ma non si sentiva affatto obbligato a esternare qualche forma di gratitudine in cambio di simili omaggi quoti­diani. Per principio, ogni volta che Limpley lo chiamava, lui si faceva aspettare, e la sua astu­zia diabolica crebbe a dismisura.”

 

Il cane diviene una specie di sultano ed il padrone l’umile servo, che accondiscende in ogni punto ai suoi voleri. La comune normalità nei confronti dell’animale degli anziani vicini riceve in risposta un assoluto disprezzo. E la cosa va avanti finché l’inatteso bussa alla porta dei padroni: la giovane moglie, dopo anni di vana attesa, si scopre incinta. Il padre è troppo volubile per non spodestare di colpo il cane dal trono e sostituirgli la dolcissima attesa con la consorte che ridiviene il fulcro delle sue cure ossessive. Ponto precipita di colpo dall’altare nella polvere, e questo non può certo stargli bene.

 

“L'animale era intelligente, è fuor di dubbio. Ma quella metamorfosi improvvisa trascendeva la sua capacità di comprendere. Per caso mi trovavo alla finestra, nel momento in cui Limpley salì sull'autobus, ed era appena scompar­so quando vidi Ponto uscire di casa a passi len­ti e circospetti - starei per dire: pensieroso - e seguire con lo sguardo il veicolo che si allonta­nava. Una buona mezz'ora rimase lì immobile, sperando evidentemente che il padrone tor­nasse indietro a salutarlo e riparare così a quella dimenticanza. Alla fine riprese a passi tardi la via del ritorno. Per tutta la giornata non giocò e non si scatenò, lento e pensoso fece solo il giro della casa, rasente i muri; forse - chi di noi può sapere in che modo e in quale misura un cervello animale riesca a formare sequenze di rappresentazioni? - non cessava di domandarsi se, all'origine di quella sospensione degli abituali omaggi, non ci fosse stata per caso una sua sbadataggine.”

 

Tenta, in ogni modo canino, di risvegliare l’interresse del distratto padrone, pur senza abbandonare mai il suo orgoglio di ex-tiranno che lo ha visto strisciare ai suoi piedi, ma niente riesce a scuotere chi una volta sembrava vivere soltanto per lui. Intuisce che un nemico invisibile lo ha spodestato ma non comprende né chi, né come, né perché.

Dopo lunghe umiliazioni incomprese ecco scoppiare in casa un estremo scompiglio, e Ponto vi assiste, impreparato ed inerte, finché, ancor prima di vederlo, avverte l’arrivo del nuovo esserino, della causa di tutti i suoi guai. Subito cerca, inferocito, di aggredirlo tra le braccia del padre. Ne scaturisce una lotta violenta che coinvolge il padrone in prima persona e che solo con l’aiuto di altri, termina con il legare ed imbavagliare il cane, ridotto a mal partito dalle tante percosse ricevute con ogni arnese a portata di mano. Anche Limpley esce molto malconcio dallo scontro per i morsi ricevuti nel corpo a corpo.

Il cane viene portato via ed affidato ad altri, e la sua memoria pare scomparire dalla famiglia, in breve di nuovo serena per il lieto evento.

Ma la domestica e l’anziana vicina lo scorgono più volte nei paraggi della casa, furtivo e irrequieto, sottovalutandone la terribile ira accumulata. Ponto con calma prepara la sua vendetta: come un feroce umano ferito nell’orgoglio ritorna sul luogo del misfatto per cercare l’occasione propizia.

 

“All'improvviso sobbalzammo. Dal canale arri­vavano grida acute, spaventate, voci di bambini e urla di donne, in preda al panico. Ci precipi­tammo giù per il pendio verdeggiante, Lim­pley davanti a tutti. Il suo primo pensiero andò alla bambina. Ma lo spiazzo, dove pochi minuti prima avevamo lasciato in piena sicurezza la piccola che sonnecchiava tranquilla nella car­rozzina, adesso era vuoto, e non dico del no­stro sgomento, mentre dal canale le grida si fa­cevano sempre più stridule e agitate. Correm­mo giù. Sulla riva opposta, strette in un grup­petto, alcune donne con i loro bambini gesti­colavano, lo sguardo fìsso al canale, dove la car­rozzina, che avevamo lasciato tranquilla e sicu­ra sullo spiazzo di sotto dieci minuti prima, gal­leggiava capovolta sull'acqua.”

 

Uomini e cani. Che il sodalizio comune che va avanti da millenni abbia radici molto più profonde di quelle che la maggior parte di noi possa supporre?

 

“chi è caduto una volta dal carro in marcia del destino, non vi può più risalire”

 

 

Stefan ZWEIG – Storia di una caduta

Adelphi – 2010 – pp. 132 - € 10,00 (trad. Ada Vigliani)

 27 settembre 2011

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