A  D  E  L  E

di Giuseppina  Torregrossa

recensione di Luigi Alviggi

 

Adele è una anziana casalinga siciliana – terra tra le tante  dove la donna stenta a liberarsi da pregiudizi secolari – con un oneroso passato. Minorenne, è rimasta incinta del grande amore – fedifrago, il cornuto lo chiama lei -, ed è stata costretta al matrimonio riparatore con “’u manciatu” (il mangiato), uomo del paese ripugnante per avere il corpo devastato da una malattia simile alla lebbra. 

L’uomo, però, non è cattivo: lei ha acconsentito a maritarsi con la promessa che mai avrebbero avuto rapporti intimi, e così va avanti per un pezzo. I coniugi dormono in stanze separate. Poi lui, di fronte al bimbo che ha procurato nell’allattamento atroci piaghe al seno per due denti prematuri, ed ha uno svezzamento difficile ed insonne per pianti continui, si offre di aiutarla. E questo bimbo non suo, miracolosamente, cambia. Il figlio, diabolico con lei, diviene un angelo quando interviene ad occuparsene il padre adottivo, neanche fosse quello biologico. Per comodità d’azione i coniugi finiscono nello stesso letto, separati dal bambino. Adele e il figlio possono rifiorire per il recupero dei tanti sonni perduti, ed è chiaro che la situazione antica non può durare.

La “logica” stranezza sarà quando l’uomo che ha atteso, paziente e cortese, tanto a lungo che lei si sciogliesse, esercita il suo diritto con una vera e propria violenza, cui unica attenuante può essere quella di voler porre la moglie dinanzi al fatto compiuto. La nascita del nuovo figlio, Gabriele, opposto in tutto al primo, segna una svolta per Adele:  

“Gabriele è uscito lentamente, se ne scivolava fuori con calma, a poco a poco, lento come una lumaca, prima le corna e poi un pezzettino di verme. Brutto, senza denti, senza capelli e con un occhio un poco scacci­no. Me l'hanno dato così per com'era, senza neanche lavarlo, rosso di sangue, bianco di burro, un babbaluci senza le corna. L'ho attac­cato al seno e l'ho amato subito. Succhiava con una dolcezza che mi pareva di essere diventata una picciridda pure io. Le manine appoggiate leggere alla minna, vicine alle guance rotonde, la bocca che si muoveva morbida e delicata, il latte che scendeva senza intoppi. Gabriele, Gabriele, quel nome mi è piaciuto subito, c'a­veva il suono dell'acqua della fontana; lui non ha mai pianto, né di giorno né di notte. A un certo punto uscivo una minna e lui si attaccava, mangiava grato e senza farmi male. Ciccio si legò sempre di più al manciato, di me oramai non ne voleva più sapere e io ero contenta che si levavano di mezzo padre, si fa per dire, e fi­glio. Il distacco tra me e Ciccio, dopo la nascita del fratello, divenne un solco profondo che si riempi d'acqua; lui sollevò il ponte levatoio e mi chiuse fuori. Irritante, dispettoso, bugiardo, ne faceva una al giorno e se le conservava tutte per quando mangiavamo.”  

L’odio per il mancato marito si trasferisce sul di lui figlio, Ciccio, amato dal detestato consorte attuale. Il figlio di questi, Gabriele, assorbe tutto l’amore materno, impossibile verso il padre. In questo tumulto di sentimenti, la donna guadagna la potenza di un’eroina tragica travolta negli affetti, che sfocia nella completa incomprensione delle parti all’interno del piccolo nucleo. L’incomunicabilità conseguente spande il gelo sulla famiglia che non sa riconoscere i suoi rapporti.  

Questa opera - un drammatico monologo femminile - ha ottenuto il Premio Roma 2008 “Donne e Teatro”, sezione opera prima. La vicenda si svolge fissa nella cucina dell’abitazione piccolo-borghese, ed è costituita da un viaggio nella memoria, non sempre a fuoco per le falle createsi nei ricordi data l’età della protagonista. Giuseppina Torregrossa, ginecologa palermitana, nota anche per altre opere, ha pubblicato di recente il romanzo “Panza e prisenza”, per i tipi della Mondadori.  

Lo stile è un italiano macchiato di frequenti tracce sicule, come si addice ad una donna anziana di scarsa cultura che a fine giornata, mentre il marito è a letto ed il figlio in giro chi sa dove, indugia nelle ultime faccende domestiche facendosi compagnia con l’unico mezzo di cui è capace, parlare con se stessa.  

Dotato di un forte appetito sessuale, il marito la sera è il primo ad andare a letto al piano sopra la cucina e la sua presenza si avverte solamente nel ricorrente “Adelì, che fai? non vieni?”, perché lei accorra ad onorare il dovere coniugale. La donna subisce le attenzioni, passiva, legata per sempre al sogno giovanile infranto. Il sogno attuale è trovarlo addormentato quando si decide a salire al piano di sopra e, per ritardare sempre di più il momento, la sua cucina è uno specchio con ogni cosa lustrata e rilustrata.

Adele non arriva ad avere cognizione del dolore - la sua vita è tutto un dolore - e, nell’esiguo spessore di coscienza posseduta, esso è l’unica forma possibile dei giorni. L’unica alternativa conosciuta, il passeggero innamoramento, è risultato troppo breve per costituire un riferimento nei perenni cattivi tempi a seguire. Donna senza aspirazioni né rimpianti vive nel presente, rifugiandosi nel vacillare dei ricordi che sfoca i risentimenti. Una vinta, prostrata da un passato e un presente sconfortanti e un futuro senza luci. In Ciccio non è riuscita a vedere molto, non una ragione di vita né un sostegno, per la base disperata che affligge il legame. Non nel marito dall’aspetto fisico mai accettato: l’agghiacciante confronto con l’altro reprime qualsiasi germe di riconsiderazione. Non nelle due sorelle che, all’epoca del bisogno, hanno pensato soltanto a rifarsi una reputazione a scapito suo. L’unica ad uscire rivalutata dagli anni è la madre. Inutilmente si è opposta con ogni mezzo, nonostante la gravidanza e l’ostracismo sociale, a che la figlia si sacrificasse ad un misero destino accanto a quell’uomo ributtante, lei una bella fanciulla cui tracce dell’antico splendore sopravvivono anche nella distrutta donna d’oggi.  

Con un’attrice all’altezza, questo lavoro non può non esprimere un fascino singolare e penetrante. Viene alla mente il dolore viscerale connesso alla rivelazione d’identità ai tre figli nel secondo atto di “Filumena Marturano”, madre che ha sacrificato la vita per il loro benessere. Ma qui si ferma l’analogia. Filomena è donna percossa dalla vita ma che sa guardare al futuro. È artefice, o tenta di esserlo, della sorte e lo dimostra in più snodi della sua esistenza. Adele no. Resta vittima di eventi più grandi di lei. Gli anni, l’età avanzata, schiuderanno infine un porto di pace ove, scomparso il marito, vedrà placarsi i furori della tempesta ininterrotta. Il miracolo, dunque, avviene. Rivelatosi Gabriele una delusione, ecco schiudersi il destino sull’inatteso:

“I miei occhi si fissano nei suoi. Ciccio ha nel cuore un dolore come un vulcano in eruzione, dilaga nella stanza, scorre tumul­tuoso come le rapide di un fiume, mi circonda le caviglie e sale su fino alla gola. Io non respiro più, sommersa da quell'onda che non si ritira, l'anima gonfia d'angoscia per il male che ho procurato a questo figlio mio, per tutto il ve­leno che gli ho somministrato, per tutto il gas che gli ho fatto respirare. Lui sostiene il mio sguardo, non l'abbassa neanche per un secon­do, è coraggioso e tracotante, è cosi bello che mi fa male al cuore. Lo amo come ho amato suo padre, lo odio quanto ho odiato suo padre. E quando i suoi occhi s'incontrano con i miei, tutta la nostra storia, la mia e la sua, si materia­lizza nella stanza, i nostri fantasmi ci prendono per mano e ci riportano indietro nel tempo e passeggiamo insieme tra i ricordi.”  

Nascerà rimpianto nella donna rinsavita per tutto quanto non ha saputo fare al momento giusto?

 

Giuseppina TORREGROSSA -  Adele

Nottetempo, 2012 – pp. 56 - € 6,00

Condividi su Facebook