“Fai bei sogni”  di  Massimo Gramellini

recensione di Luigi Alviggi

 

Alla penna di Massimo Gramellini - scrittore e vicedirettore del quotidiano torinese La Stampa - appartiene questo denso e nostalgico racconto, grondante amore filiale ad ogni sillaba, nel quale la figura materna deborda oltre i già enormi confini occupati in ciascuno di noi, fino a colmare ogni angolo della scena e a colorire di un intricato puzzle di adorazione, ambivalenze e contrasti affettivi la psiche del protagonista, un ragazzo di soli nove anni alla scomparsa della donna. Diventerà uomo, costruendosi pietra su pietra sul travolgente sentimento condiviso con lei e vivificato, istante dopo istante, dalla dolce carezza del ricordo.

Il libro, per ammissione dell’Autore, è biografico nella sostanza, mentre un intreccio immaginario dipana i fili della narrazione. Si inserisce nel filone, oggi sempre più diffuso, dell’esternazione del dolore privato, pubblicizzando le parti più intime del proprio sé, tendenza certo discutibile - come osserva Stefano Bartezzaghi nell’articolo su “La Repubblica” del 16.03.12 -, ma essendo l’opera ormai al vertice dei libri venduti in Italia da alcune settimane, nella pratica non c’è da obiettare gran che. Se è questo che chiede il popolo (come in tanti programmi tv)... diamoglielo pure!

Lo stile è agile, di un nitore esemplare. Gramellini scolpisce in poche parole l’essenzialità di quanto si propone di dire, e il racconto risente di un ritmo giornalistico - nell’accezione migliore del termine - peraltro non privo di frequenti parentesi ironiche, quali le conosciamo dalle sue frequentazioni del programma televisivo di Fabio Fazio. In molti passi l’opera avvince, partecipando emozioni di grande intensità che toccano corde profonde, quasi fossimo al posto di quel bimbo-adulto-maturo tanto vessato dalla sorte. Sono brani che restano dentro e servono, dopo il singolo metabolismo, a farci comprendere meglio di che pasta siamo fatti.

La madre l’autore-protagonista continuerà a cercarla invano: nelle figure femminili più vicine - le due nonne, le zie, le amiche strette -, poi nelle mamme dei compagni di scuola, nella tata, in chiunque. Dal contrasto tra passato e presente, originato proprio con queste figure, si scoprirà sempre più povero, privato dell’unico bene immenso, il più grande capitato nella breve vita. Il rimpianto ancora incrina l’uomo fatto, ed è l’esordio del libro: 

 

“Quarant’anni prima, l'ultimo dell'anno mi ero sve­gliato così presto che credevo di sognare ancora. Ri­cordo l'odore della mamma nella mia stanza, la sua vestaglia ai piedi del letto. Che ci faceva lì?

E poi: la neve sul davanzale, le luci accese in tutta la casa, un rumore di passi strascicati e quel guaito di creatura ferita.

«Nooooo!»

Infilo le pantofole nei piedi sbagliati, ma non c'è tempo per rimediare. La porta sta già cigolando sot­to la spinta delle mie mani, finché lo vedo in mezzo al corridoio, accanto all'albero di Natale.

Papà.

La quercia della mia infanzia, piegato come un salice da una forza invisibile e sorretto per le ascelle da due sconosciuti.

Indossava la giacca da camera color porpora che gli aveva regalato la mamma. Quella con un cordo­ne delle tende al posto della cintura. Si muoveva a scatti, scalciando e contorcendosi.

Appena si accorse della mia presenza, lo sentii mormorare: «È mio figlio... per favore, portatelo dai vicini».

Abbandonò la testa all'indietro e urtò l'albero di Natale. Un angelo con le ali di vetro perse l’equilibrio e precipitò al tappeto.”

 

Eccezionale la potenza evocativa di questo brano. Il ricordo ha perforato i decenni mantenendo intatta, nella visione dell’oggi, ogni minimo particolare percepito dal bambino, con la vivezza pietrificata dell’attimo in cui fu percepita. Anni e anni alla ricerca di uno spiraglio liberatorio che possa sfogare quanto tappato all’interno, serbatoio di magma ribollente, senza trovare la possibilità di via d’uscita. La madre, scopertasi affetta da un male letale in stadio avanzato, è venuta meno in un’età delicata. Le dolcezze infinite riversate sull’unico figlio, potenziate da un’indole melanconica e forse da un matrimonio non troppo felice, hanno ridotto l’organismo in crescita ad una condizione di smisurata dipendenza, e dopo di assoluta deprivazione.

Nel poi la figura paterna, chiusa in un gelido distacco caratteriale, almeno in apparenza, non facilita certo le cose con la freddezza istintiva di gesti e ancor più di parole, che non sa tramutarsi in affettuosità di una qualsiasi specie.

 

“Papà mi aveva iscritto a una scuola privata perché era l'unica che mi tenesse prigioniero fino a tarda sera, sollevandolo dall'incombenza di doversi occu­pare di me durante il giorno. Ma il privilegio di non vedere Mita alla luce del sole aveva un prezzo. La mensa del doposcuola.

Il settimo girone dell'inferno lo immagino così: una sala buia e rettangolare intrisa di odor di piedi, dove uh cameriere allergico al sapone infila le croc­chette di patate nei vassoi direttamente con le mani e pentoloni abnormi brontolano nell'oscurità, ce­lando la pozione magica che trasformerà ogni affa­mato in un digiunatore volontario.

Sollevati i coperchi, il profumo della sala cambia­va e il caro vecchio odor di piedi era schiacciato da un tanfo immondo di formaggio andato a male. Mentre il contenuto dei pentoloni veniva versato nelle zuppiere, padre Teschio in persona sovraintendeva al rito supremo: la preghiera con cui ringra­ziavamo il Signore per la nostra sbobba quotidiana.

Il risotto coi fegatini.

La prima volta che provai a mangiarlo lo vomi­tai, stupendomi che non ci fosse alcuna differenza fra quanto avevo rovesciato sul pavimento e quel che era rimasto nel piatto.

 

Ecco che dramma nella memoria ed ironia del narratore si sposano perfettamente, e trasformano ai nostri occhi la tragedia di un luogo detestabile per fatti e persone in un ambiente quasi tollerabile.

Carenza di affetti familiari, giochi solitari, incubi diurni e notturni, nemmeno il tifo sfrenato per il Toro sanno persuadere il bimbo a vivere da tale, e l’adolescenza viene rubata da una serie di individui di contorno sbagliati: la tata Mita, il prete Teschio torturatore più che educatore, amici familiari che svaniscono senza poter capire il perché, assenza di figure femminili di ancoraggio.

La paralisi sarà così spinta che il fu ragazzo ora universitario si rivelerà incapace di seguire perfino i suoi sogni. “fai bei sogni” è stato l’ultimo augurio della madre, ma il troppo affetto estinto d’improvviso rende impossibile anche questo sollievo. Né Sveva la compagna del papà, maternamente affettuosa e giustamente preoccupata per il blocco esteso, né Alessia, il primo dolce incontro, sapranno additargli la via della rinascita, del saper riguadagnare se stesso, del liberarsi una volta per tutte da legami mummificati ma ancora avvolgenti.

Sarà il lavoro sempre agognato e mai saputo riconoscere, agguantato per caso, a far trovare il bandolo smarrito, a iniziare a dipanare qualcosa di talmente aggrovigliato da essere divenuto inconoscibile tra sofferenze, sogni infranti, delusioni, errori, disfatte. E subito, al primo successo, tiene dietro il secondo, l’amore, anche se si rivelerà quello sbagliato. Ma la rinascita è adesso un fatto concreto. L’adulto non naufragherà dentro la fine di questo sentimento come il bambino nell’abisso della carenza materna. Il fuori sta prendendo deciso corpo: cronista sportivo, inviato di guerra, giornalista affermato. La vita inizia a sorridere.

Ma l’uomo non è essere univoco.

Ambivalenza è rimanere ancorati al tragico giorno passato, è rifiuto della realtà e delle verità collegate. Quando il professionista maturo prende coscienza piena di quanto gli ha distrutto l’infanzia e la meglio giovinezza, si ritroverà ancora bambino per rifiutare di nuovo il destino ingiusto, e squillerà con forza l’interno campanello che chi di noi non ha udito di fronte alle tante ingiustizie - piccole, grandi, od enormi - della vita? Deve confessare l’Autore: era stato “il mio modo di abitare la vita senza viverla”.

Nel sovvertimento presente crollano i pilastri del tempio. L’uomo che si riteneva forte, scopre intatta la fragilità del tempo lontano. Valori disprezzati si rivalutano, quelli in auge tracollano. Si può sopravvivere al rimescolamento della propria vita? Per l’autore la risposta è una soltanto, se si ha la fortuna di avere un amore vicino che sa additarcela: il perdono.

Di fronte alle grandi prove l’interno sussulta, nello sconvolgimento la scala dei valori esce ridisegnata. Persone, cose, che sembravano importanti divengono secondarie, e viceversa. È una seconda nascita, terrificante più della prima che per fortuna non abbiamo avvertito perché privi di coscienza. A seguire, la nostra seconda vita potrà essere migliore o peggiore: sicuramente non la stessa.

 

“Ancora una volta mi ero illuso che la vita fosse una storia a lieto fine, mentre era soltanto un palloncino gonfiato dai miei sogni e destinato a esplodermi sempre tra le mani.”

 

 

Massimo Gramellini: FAI BEI SOGNI

Longanesi, 2012 – pagg. 212 - € 14,90

 

 

  

 

 

Condividi