OGNUNO E’ SOLO 

di Rodolfo Rubino

 

di Luigi Alviggi

Un flusso soffuso di malinconia si leva dalle liriche dell’amico editore Rodolfo Rubino, che attamente sottotitola il suo percorso “poesie di una vita”. E una vita, pur nelle vittorie e nelle grandi gioie che la percorrono, non può ignorare i pesanti risvolti del dolore, dei lutti, delle sconfitte, che, per il più di noi, sopravanzano le prime. Malinconia di uomini e di cose. I primi la pescano nella memoria, nel ricordo delle belle cose che furono, durate sempre troppo poco, e che, pur dolcissime, lasciano in bocca l’amaro greve del loro esser scivolate via dalle mani che invano tentavano di fermarle. Le seconde appaiono anticipare, accompagnare, sottolineare, i passaggi più delicati, quelli che ciascuno ricorda maggiormente anche se con sofferenza.

Espressione di un agnosticismo generalizzato perché il nostro uomo e poeta, affinato dalla sensibilità fuor dal comune, vuol penetrare l’essenza di quanto lo circonda e non si ferma al significato di superficie, ma è pur vero che il blocco diviene inevitabile davanti alla serie senza fine di perché che non possono trovare risposta, lasciando smarrito il ricercatore.

Il mistero dell’esistenza e la serie di domande che tormentano la mente umana da sempre trovano particolare eco nel carme “Canto d’aprile”, dedicato con accenti consoni al grande Leopardi, al quale Rubino si accoda nella ricerca di una Fonte Veritiera. Dalla realtà esterna resta l’aspirazione ad apprendere criteri di guida che possano funzionare lungo le strade dell’esistenza, pienamente conscio del sommo valore che essi possono avere per il gusto andare del singolo.

 

“È questo pensare

che mi consuma,

una pena riposta

in ognuno.”

 

Ma ecco balzar fuori l’incanto del genere umano: l’amore!

Dono prestigioso che piomba addosso senza preavviso: amore per il proprio simile, la persona amata, che riscatta ogni limite individuale, trasfigura il presente, e fa trascendere la vita fino a trasformarla in avventura unica, sublime, inenarrabile. Fosse soltanto per questo, essa meriterebbe di esser pienamente vissuta. E il Rubino ne ha subito in piena partecipazione la potenza. È da citare a riguardo l’opera “Trentatre poesie per amore”, che l’innamorato dell’amore diede alle stampe nel lontano 1963 con l’Editrice Ceschina di Milano.

Egli apprezza, della donna adorata, ogni minimo aspetto, ogni respiro, ogni parola. Qualunque cosa provenga da lei è per lui manifestazione da contemplare con devozione, aspetti sacri dell’essere più caro, di colei che mantiene accesi i desideri, i sogni, il respiro, il soffio vitale che circola nell’organismo prostrato in venerazione. È il miracolo che l’amore sa compiere in ogni essere umano e che, al pari dei più sublimi pensieri, fa ascendere il soggetto verso i maggiori ideali e rende meritevole di essere combattuta ogni lotta per raggiungere la pienezza dell’unione comune.

I versi di “Amare” ben mettono in luce aspetti salienti del nobile sentimento, e quello finale, in particolare, vuole racchiudere in sé il succo della somma di due esseri in uno soltanto: “Amare è non essere soli.”. La Tita del testo è la donna che per ben sei decenni ha condiviso con l’Autore sogni, sacrifici, e successi, oltre al dono immenso di aver creato insieme una bella famiglia. E anche di maggior durata è stato il lavoro appassionato di Rodolfo Rubino (Nola, 1929) tra e per i libri. Uomo dai molti mestieri giovanili, poeta sin dall’adolescenza, marinaio, esperto docente di Disegno, la Casa Editrice napoletana da lui fondata - IGEI: Istituto Grafico Editoriale Italiano – ha largamente superato oggi il mezzo secolo, avviandosi verso i cinquecento volumi pubblicati. Storia, poesia, letteratura, arte, memorie, centinaia di autori sono ricorsi al supporto non di un semplice editore ma dell’uomo il cui amore viscerale per la carta stampata occupa uno dei primi posti negli obiettivi di vita. L’IGEI si è sempre fatta apprezzare per la cura e la bellezza delle pubblicazioni, raro trovare un refuso nelle pagine da lei prodotte.

Da rimarcare che l’Autore è anche un poeta ed esperto di “lingua” napoletana e tante pubblicazioni della Editrice sono in tale idioma. Il termine utilizzato mi pare appropriato per la grande storia e tradizione di questa parlata nei campi: musicale, poetico, teatrale, e cento altri ancora. Di recente, peraltro, l’UNESCOUnited Nations Educational Scientific and Cultural Organization - ha deliberato il napoletano, seconda lingua parlata in Italia, patrimonio culturale dell’umanità. Un ulteriore merito del cantore e sognatore in esame è l’aver pubblicato - nel 1996, per i tipi della IGEI – una incisiva e intensa antologia di carmi in “lingua”: “Sempe e sulo parole”. Vasta immersione nel “ventre di Napoli” di matildiana (Serao) memoria, rappresenta il compimento di un lavoro quasi archeologico affondando nella vena genuina ed incontenibile del popolo napoletano verace, quando ancora la città era indenne dai tanti affronti subiti nei non troppi anni intercorsi, diciamo dal boom economico degli anni ’70 del secolo scorso fino ai giorni nostri. Una situazione ancora a metà strada tra la impareggiabile Napoli d’altri tempi e la disastrata metropoli – ma forse più correttamente dovremmo definirla paesone - odierna. Il fantasioso lirismo dell’aedo si trasforma in canto di nostalgia per una realtà troppo cara andata perduta. E, per comprendere meglio il registro poetico dell’Autore e, ancor più, le fondamenta psicologiche alla base del suo animo, sorgenti della vena ispiratrice, si riportano quattro versi basilari dal libro citato:

 

“Nun so’ nisciuno e niente v’addimanno

i’ tengo sulamente ‘sti penziere

addò tre nomme sulo so’ ‘e patrune:

chillo ‘e mammema, ‘e Napule e ‘e ll’ammore.”

 

Ma l’amore, osserva Rubino dall’alto dell’esperienza dei suoi tanti anni, non sempre veste i suoi panni migliori. Come tutte le umane cose può anche decadere, scadendo in momenti minori che fanno ripiegare su se stessi:

 

“Una sola tua parola

e un tuo gesto

mi hanno tolto

tutto quello

che mi avevi donato,

solo una parola

una tua parola

mi ha fatto capire

che eri una ladra.”

 

Fondamentale non arrendersi ad una banale incrinatura, in tal modo i momenti successivi di certo moltiplicheranno tutta la dolcezza che recano dentro:

 

“Io e te,

solo io e te,

sempre insieme,

padroni del mondo

saremo

senza essere ricchi.

***

Nei miei anni trascurati

nelle gioie mai godute

nel tuo nome tanto caro

sul tuo labbro a me proibito

c’è la tua voce

***

E colsi fiori a piene mani

per te Amore

nel nostro giardino incantato”

 

Il percorso poetico è lungo, frastagliato nelle articolazioni, resta tanto da comprendere indagando nella quantità del materiale interno tratto in superficie e proposto senza risparmio ai nostri occhi. E se lo sguardo è centrato sull’obiettivo, i dettagli non vanno persi. L’Autore è attento anche al minimo battito, per non trascurare quanto può rivelarsi prezioso. Ed ecco, a volo d’uccello, cosa balza all’occhio nella miriade di riflessioni che arricchiscono il pensiero del lettore avanzando nelle tante pagine di questa silloge.

Gli uomini: i vecchi confinati alle storie del passato che continuano a ruminare, anche se nei giorni hanno perso tutto intero il sapore; la fuggitiva ragazza nel treno, un amore forse non carpito, come i tanti che passano intorno senza essere riconosciuti, solo una visione fugace come il mezzo di trasporto, che trascinano via i sogni fantasiosi di una vita diversa; il vagabondo striscia lo stanco passo verso l’incerto domani troppo uguale all’oggi, eppure egli custodisce il segreto del nostro andare racchiudendo in sé vita disgraziata e concretizzarsi dello spirito d’avventura, artefice dell’uscita dell’uomo dalle caverne, del “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" dell’Ulisse dantesco, per la qual cosa l’Autore s’immedesima nel viandante che passa, nel barbone che vaga per le strade del mondo, ed a loro affida tutto intero il suo cuore; l’ingiustizia della sorte e dei governi che ammettono possessori di una ricchezza impossibile a spendersi e deschi familiari ove manca anche il pane; l’incoscienza dei bambini che giocano allegri alla guerra, blandendo nelle finte morti il più disastroso male degli uomini che continua a fustigarli in mille luoghi, in mille occasioni, oggi ed ieri, sotto forme sempre diverse eppure sempre simili, mentre, subdolo, riposa sul fondo il lampo dei funghi atomici pronti a tutto distruggere; la desolata gente del sud, più volte toccata dall’estro del poeta in una iterata congerie di sentimenti, uomini duri dalle facce di pietra temprate da sole e lavoro che, lungo i versi sofferti di “Ode alla mia gente”, raccolgono nella storia traversie sempre uguali sopportate con la rassegnazione di secoli:

 

“Questa gente

che vive così

senza chiedere niente

è la gente del Sud.

***

quando i ricordi non sono

che polvere e nebbie vi narrerò

la favola della mia gente

che può somigliare alla tua”

 

La profondità emotiva di tali radici nell’animo dell’Autore è attestata da un’altra bella raccolta di poesie del 1954: “Voce del Sud”, Editore Kursaal.

Le cose: la lapide senza lacrime, sperduta nel cimitero; maschere allegre che vanno, volendo diffondere allegria mentre “la vita gira nel suo ritorno ancora”; i paesi dimenticati che Rubino vorrebbe staccare dalla loro sede per donargli una collocazione più degna che sappia apprezzarne cuore e storia; le strade solitarie ove si sono consumati i passi perduti all’inseguimento di sogni che egli attendeva tradursi in realtà e che si sono dissolti alla prima oscurità incontrata; il pianto della terra percossa e umiliata – oggi più che mai – dall’insaziabile brama dell’uomo che non pensa al domani e non risparmia per l’avvenire di chi verrà dopo di lui.

 

“Noi siamo come

queste pietre

che invano

si oppongono all’acqua

che le consuma

nel suo cammino nel tempo.”

 

In tutta la poetica rubiniana, altro leitmotiv ricorrente è la contemplazione della natura. La Grande Madre assiste, sorniona ma benevola come è proprio di una mamma, alle evoluzioni dei figli, e sono poche le liriche che non annotano questa presenza silente capace di provocare disastri ma, di norma, sfondo mirabile allo scenario di ogni azione terrena. E in essa, posizione rilevante assumono Sole e Luna, osservatori imperturbabili di tutto quanto accade nella temperie umana. L’evidenza data loro è usuale in chi spesso solleva lo sguardo verso l’alto, a cercare una qualche ispirazione nell’ultraterreno, nel celestiale. I due astri sono preistorici simboli di fertilità ai quali tutte le religioni hanno riconosciuto venerazione quando non deificazione. Dal Sole, del resto, è nata la vita e la Luna, Sua ancella, si limita a riverberarne lo splendore quasi non voglia che, nelle lunghe ore notturne, il vivente dimentichi la Sua esistenza.

Espressione della caducità umana, anche il Tempo è sempre presente, esplicitato e non. Il suo mistero, il guizzar via sotto gli occhi livellando impassibile ogni evento, sgattaiolando dalle mani vogliose di bloccarlo, strappando via l’attimo appena trascorso, instancabile nella corsa che appare infinita eppur tale non sarà. Ma forse meglio è affermare che siamo noi a scorrer via nel tempo immutabile, quarta dimensione dell’universo, che attraversiamo senza lasciare traccia.

 

“E crediamo di esistere

andando come foglie

portate dal vento

senza una meta.”

 

Aderendo in piena condivisione alla profonda e coinvolgente saggezza dei versi di “Ognuno è padrone dei suoi giorni”, sintesi estrema del segreto del vivere che racchiude in sei tratti il destino terreno delle umane creature, voglio terminare queste note con gli scultorei versi di “Replica”, che ben additano il succo della poetica dell’Autore, uomo alla ricerca ininterrotta di se stesso:

 

“Cerco nei cassetti della memoria

la mia vita nel tempo.”

 

                                                             Luigi   Alviggi

 

Rodolfo RUBINO: Ognuno è solo

IGEI, 2015 – pp. 152 - € 15,00

 

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