PROUST  E  VERMEER

 

di Lorenzo Renzi

 

recens di Luigi Alviggi

 

 

Nel quinto volume “La prigioniera” dei sette dell’opera “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust (1871-1922) si parla della morte di Bergotte, un celebre scrittore il cui personaggio, per molti, adombra la figura di Anatole France (1844-1924). Bergotte termina i suoi giorni ad una mostra di pittura dinanzi al quadro di Vermeer “Veduta di Delft” (circa 1660), ritenuto da Proust il più bel quadro del mondo, come egli afferma in una lettera del ’21 ad un amico.

Jan Vermeer (Delft, 1632–1675) fu un grandissimo artista anche se non si occupò troppo di pittura, producendo in media non più di due quadri l’anno. I proventi dell’arte non sarebbero bastati a mantenere la numerosa famiglia - aveva quindici figli – ed egli fu, infatti, anche mercante d’arte e proprietario ed esercente di un albergo in Delft. Il quadro è oggi conservato al Mauritshuis di L’Aia, e il brano su Bergotte sembra essere scaturito dalla visita di Proust nel 1921 ad una mostra di pittura olandese al museo parigino Jeu de Paume, in cui Marcel fu realmente colto da malore. Vermeer oggi è artista di enorme richiamo: è dei prossimi giorni una mostra delle sue opere al Palazzo Fava di Bologna che si preannuncia un grande successo.

La storia del muretto giallo nel quadro – il famoso “petit pan de mur jaune” – ha consumato fiumi di inchiostro, tra cui il libro che trattiamo. Diciamo subito che, sulla base della individuazione più accreditata, il dettaglio nell’opera è più di color rosa che giallo ma, tant’è, procediamo. Bergotte muore paragonando questo straordinario frammento alla propria scrittura che, al confronto, gli appare scarna e povera:

 

“È così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel pic­colo lembo di muro giallo.”

 

Traslatamente, ciò che scrive relativamente a Bergotte può pensarsi critica di Proust alla propria opera.

Lorenzo Renzi è un celebre e poliedrico linguista vicentino, autore di numerosi testi nel campo, già docente di Filologia Romanza all’università padovana. In questo lavoro, partendo dalle otto pagine relative alla morte di Bergotte, si analizzano molti dei temi basilari dell’arte proustiana. Questi conosceva il quadro sin da un viaggio giovanile in Olanda, ammiratolo nella sua sede a L’Aia. Il dipinto è di una precisione minuziosa, forse dipinto con l’ausilio di una camera oscura (anche il Canaletto ne fece largo uso), occupato in buona parte dallo Schie, il fiume di Delft, in cui si specchiano barche, palazzi e, in particolare, i campanili delle chiese. Il cielo è nuvoloso, creando preziosi effetti di chiaroscuro.

C’è poi da sottolineare la passione orientalista di Marcel, la predilezione per oggetti e minuterie esotiche, Persia, Giappone, e l’arte dello scrittore è tale da coinvolgere anche questo aspetto personale nel quadro di Vermeer:

 

“poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (...), quadro ch'egli adorava e credeva di conoscere alla perfe­zione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non si ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d'arte cinese, d'una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po' di patate, uscì di casa e andò alla mostra.”

 

Per quanto riguarda la “preziosità cinese” riferita in questa frase, per il Renzi si tratta di una trasfigurazione artistica. Le preziosità non sono collegate al pezzo di muro quanto piuttosto ai punti luminosi in gran quantità inseriti su altre parti del quadro, in particolare nella fiancata della penultima barca sulla destra del dipinto e nelle mura affioranti dal fiume delle case retrostanti. Il tutto visto nella prospettiva del termine “surimpressionisme” coniato dal critico Benjamin Crémieux: si tratta dunque di un guizzo letterario nel “sovraimpressionismo”.

Nell’ampia e puntuale disamina dei riferimenti artistici, filosofici, letterari, operati dal Renzi, tra confronti e raffronti, ecco balzar fuori anche un giallo “La seconda morte di Ramòn Mercader“ (1969) di Jorge Semprùn (Madrid,1923-2011), romamzo che in ben tre punti parla della nostra “Veduta”, o meglio dei pensieri a riguardo del protagonista e di Boutor, altro personaggio, professore universitario francese. Per il loro culto dell’arte nel libro si tratta anche di altri quadri olandesi che entrano a far parte della trama spionistica. Boutor è un cultore di Proust ma più per dovere professionale che per conoscenza diretta, ignorandone quasi del tutto l’opera. Vengono riportati ampi brani del libro sull’argomento e Renzi tira le somme per lo specifico che ci riguarda:

 

“Quanto al muretto le due visioni di Boutor, l'ab­biamo visto, si contraddicono. Nel primo passo, agli occhi di un Boutor irritato il muretto sembra «introva­bile, pura finzione letteraria» {untrouvable, pure fiction littéraire). Nel secondo passo, un Boutor trasformato dalla grazia percepisce il muretto, una superficie gialla, rugosa, friabile, impalpabile, densa, massiccia, luminosa e splendente (ma senza violenza) tanto che la sua luce irradia su tutto il quadro (sintetizzo la caratterizzazione di Semprun estraendone gli elementi dal grasso im­pasto lirico) come il vero centro del quadro.”

 

Ricordando che Proust aveva molta fretta nello scrivere le ultime parti della “Recerche”, e dando il giusto peso alla creazione artistica dello scrittore, come vuole evidenziare anche il sottotitolo di quest’opera: “Apologia dell’imprecisione”, Renzi si orienta verso una commistione nel ricordo tra più di un elemento presente nell’estrema destra del quadro, dove sono raffigurati tre muretti in sequenza. È probabile avvenga l’associazione inconscia tra struttura dell’uno e colore di un altro. A favore dell’imprecisione nell’elaborazione artistica, Renzi cita anche la ricomparsa di Bergotte nella “Recerche” altre due volte dopo la morte, questo giustificato dall’aggiunta successiva delle pagine sulla sua fine da parte di Proust.

 

Lo seppellirono, ma per tutta la notte prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, veglia­rono come angeli dalle ali spiegate sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione.”

 

Proust lavorò alla stesura dell’immenso capolavoro più di dieci anni, fino alla morte, in una clausura quasi totale interrotta da poche superstiti uscite mondane, in genere notturne, via via diradate al peggiorare dello stato di salute. Scriveva in una camera tappezzata di lastre di sughero per attutire i rumori esterni, travagliato da imponenti disturbi fisici. Lavorava di notte, per sfruttarne il silenzio, e dormiva poche ore al sorgere dell’alba. Il primo volume dell’opera “Dalla parte di Swann” fu pubblicato nel 1913 a spese dell’Autore, rifiutato dagli editori; gli ultimi tre libri usciranno postumi. Diciamo la verità: per chiunque scrive, il pensare a qualcosa del genere del periodo sopra citato fa serpeggiare brividi ripetuti nella schiena! È troppo stupefacente immaginare che, dopo la fine che tutti tocca, rimangano in giro, nelle vetrine delle librerie, sugli scaffali dei supermercati, nei duty-free degli aeroporti, sui banchi dei giornalai, i propri libri, le creature generate con passione e sacrificio, a pavoneggiarsi sotto lo sguardo certo fugace e distratto di migliaia di persone che passano innanzi. Ma, tra le migliaia, ci sarà pur qualcuno che si attarderà a leggere nome, cognome e titolo, del lavoro in bella mostra. Ed ecco prendere forma, attraverso questo tramandare metafisico, l’illusione di una vita che si prolunga oltre la fine corporea. Quale miglior viatico per accompagnare il misero mortale all’ingresso nell’altrove?

Ma anche il trampolino, alla lunga, finisce col perdere i propri trampoli: la fiumara del tempo non risparmia alcunché. L’arte, come ogni cosa, è caduca: essa durerà solamente fino a quando esisteranno gli uomini. E dunque, per quanto ancora?

La pittura, nella “Recerche” è personificata da Elstir (ispirato da Claude Monet?), pittori – il personaggio e l’ispiratore - per eccellenza delle bellezze della natura: paesaggi, squarci, viste. La “Veduta” è “natura”, eppure. Scritta pochi mesi prima della morte, la pagina su Vermeer non si limita al contenuto raffigurato nel quadro, le considerazioni relative appaiono trascendere l’incanto del panorama cittadino presentato nei minimi dettagli, anche se su descrizioni del genere lo stesso Proust ha fornito molteplici pagine incantevoli e memorabili nella sua opera. E dunque Renzi, cogliendo lo spirito, può concludere:

 

“Proust ha ridotto all'essenziale la veduta di Vermeer, pittore dell'essenziale. Abbiamo un distillato di Vermeer, un Vermeer, alla fine, che conta più per come dipinge (la materia preziosa, ottenuta con «più strati di colore») che non per cosa dipinge.”

Luigi  Alviggi

 

RENZI Lorenzo: Proust e Vermeer

Il Mulino, 2012 – pp. 116 - € 10,00

 

  Condividi