L'ultimo regalo

di Gianfranco Pecchinenda

 

recensione di Luigi Alviggi

L’ombra più lunga” - un precedente lavoro del 2009 di Gianfranco Pecchinenda - era incentrato sulla relazione padre-figlio, cioè sull’eredità pesante che, dalle spalle paterne, scende a volte benefica a volte troppo onerosa, su quelle dei discendenti, in specie del figlio maschio. Con questa opera, fresca di stampa, egli invece tratta dell’influenza materna, un’ombra ancora più lunga. L’Autore, napoletano cresciuto in America Latina, Preside della Facoltà di Sociologia presso la Federico II di Napoli, è docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, e ha pubblicato numerosi saggi e testi nel campo professionale.

Tutta la narrazione è un’elegia in memoria, ma cambia decisamente il registro in questo contesto. Si inizia per interposta persona: è un amico colto nel momento in cui ha notizia della perdita della madre e subito si è “in medias res”. La morte raggiunge il figlio lontano, a Parigi, e la profondità della ferita è come alleviata dalla lontananza e dai febbrili preparativi per l’immediato rientro.

 

“...tra una la­crima e l'altra che proverò a nascondere a mia mo­glie e ai miei figli, ripenserò che anche questa, la circostanza di morire mentre mi trovavo a Parigi; proprio qui da queste parti, dev'essere stata una sorta di regalo che mi hai fatto, un ultimo regalo.

Dovendo morire - e sono sicuro che avresti voluto evitare di farmi questo torto, che sei morta perché sei stata costretta a farlo - dovevi comunque trovare il modo per non farmi soffrire troppo, o co­munque volevi provare ad addolcire l'evento, a dar­gli un senso. È stato un ultimo regalo che non potrò dimenticare e che anzi si rinnoverà ad ogni mio passaggio per questi luoghi.”

 

La scomparsa di un genitore spinge con immediata brutalità sul sottile bilico tra l’esistenza ed il suo venir meno. Quando si tratta dell’ultimo dei due, scompare con lui l’intera prima parte della nostra vita: non saremo più bambini, né adolescenti, né protetti da un fermo baluardo contro ogni attentato, non potremo mai più nella nostra vita “essere figli”!

Ci affacciamo, sgomenti, sul dopo, preda dei timori che nascono quando non sappiamo cosa c’è dietro questa svolta capitale. Ritti sulla soglia, perdono importanza luogo e tempo, e la metafora nel testo dell’orologio senza lancette ben rappresenta il vuoto essenziale, un territorio in cui ci si aggira senza riferimenti. La perdita delle relazioni spaziali diviene naturale, non causa scompensi, imbarcati come si è sulla nave dei ricordi che veleggia in un universo a parte, e non ha limiti per ripresentarci intatte, fresche, incuranti degli anni o dei decenni trascorsi, immagini di località remote, geograficamente e non, inondandoci delle sensazioni e delle emozioni di allora. Ci si perde, tra ricordi e persone che non sono più, che ci sono passate accanto, im maniera più o meno toccante, che hanno condiviso vicende e sentimenti più o meno intensi, annaspando, ciascuno per proprio conto, nell’informe sacco della vita recato appresso, riempito giorno dopo giorno delle tante cose che agitano il nostro andare.

L’amante paterna, tale o presunta, la zia casalinga, suo marito patito del pugilato, i parenti persi nei giorni, gli amici di un giorno o di anni, gli affetti fondati su minuzie, fantasmi di fatti e persone dispersi lungo le strade della vita, le memorie insomma, si affollano in ricchezza e povertà, lasciandoci ad un tempo saturi e insoddisfatti. Quale argine può porre il tempo dinanzi all’onda travolgente dei ricordi? Si affollano, divengono esigenti, il terribile lutto familiare pare averli rinvigoriti, aver dato loro una possanza che mai hanno posseduto, nemmeno all’atto del verificarsi, del divenire realtà di attimi, di giorni, di mesi, magari di anni. Il rischio terrificante è rimanere schiacciati sotto questa mole incombente dove è facile perdere ogni caposaldo, persino smarrire se stessi.

 

“Tua madre però entrò improvvisamente nella stanza e ti ricordò che era giunta l'ora di andare; avevate ancora tante cose da fare, e il tempo non era infinito. E lei forse per questo aveva sempre fretta. Il tempo non è mai infinito, per nessuno. Lo sa­pevate entrambi. Solo che il giovane che eri allora, non aveva ancora preso piena coscienza che il vissu­to temporale è una questione puramente interiore; che invecchiando il tempo scorre sempre più velo­cemente, un po' come accade con le clessidre, in cui i granelli di sabbia, sfiorandosi di continuo, di­ventano sempre più lisci e microscopici, giungendo a passare da un lato all'altro dello strumento qua­si senza frizione: quanto più vecchia è la clessidra, insomma, tanto più velocemente scende la sabbia.”

 

E poco importa, in ultima analisi, distinguere tra realtà e fantasia, tra verità e finzione. Il credere fermamente che una cosa sia accaduta le dà uguale consistenza che l’averla solo immaginata. “La vita è sogno” titolava Calderon de La Barca, e non è assurdo bordeggiare i propri giorni lungo un diffuso crepuscolo che lascia l’ambiguità d’intenderlo giorno oppure notte. Del resto, sostiene Umberto Eco nel suo ultimo romanzo – “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” - che la verità della realtà umana è del tutto relativa. Essa spesso può essere smentita da eventi successivi. L’unica verità inalterabile è solo quella romanzesca: che il Raskolnikov di “Delitto è castigo” sia un omicida rimarrà immutato in tutto il tempo a venire...

Il figlio rimane tramortito sotto questa onda di piena e tutto diventa una reazione salvifica che lo aiuti a metabolizzare il lutto, a superare in qualche modo il dolore che altrimenti lo  travolgerebbe. Fantasia, finzione, realtà, caratteristiche del mondo dei vivi che non portano avanti di un passo nella conoscenza di quello dei non più tali.

Nell’indefinito tra veglia e sonno – l’unica “imago mortis”, quest’ultimo, che ci è dato conoscere – ecco che la narrazione si trasferisce in prima persona. Lo scrittore si fonde con l’amico e divengono un tutt’uno. Si sono sdoppiati per un solo scopo, sempre uguale: moltiplicare le forze dinanzi la tragedia.

La vita è come la letteratura, un po’ vera, un po’ finzione. Non possiamo costruirle come le vorremmo, esse si fanno avanti da sole. A volte impongono quello che mai avremmo scelto. E l’Autore si spinge a ipotizzare variazioni, ad indagare sulle cause della sua condizione presente, di chi è stato merito o colpa, quali avrebbero potuto essere le alternative: migliori del caso fortunato che si è trovato a vivere o, più probabilmente, peggiori se qualcosa non fosse andato per il giusto verso. Se, in fondo, sua madre non si fosse tanto adoperata per farlo divenire quello che oggi è. E i troppi ricordi – quali che siano - orfani del viso di lei, della sua persona, delle sue parole, avrebbero potuto mutare sostanza in sua presenza.

Il libro si rivela uno sforzo prolungato di mantenere “VIVA” la genitrice attraverso fatti, immagini, eventi vissuti insieme, travisamenti di fantasie pensate reali perché sarebbe stato bello che tali fossero. Tutto per far sì che la potenza dei ricordi spenga il dolore che, al sopravvenire della coscienza della morte, si spande, contaminando di gelo tutto il dentro. La narrazione è un epicedio che vuole fugare l’oblio, il risultato peggiore che possa capitare, peggiore della stessa scomparsa, per tutto quello che è stato un uomo nel corso della sua vita.

Vengono citate le parole di Vargas Llosa, in occasione del discorso per il conferimento del Premio Nobel:

 

“uno dei motivi per cui vale la pena vivere è anche solo per il fatto che senza la vita non potremmo leggere e nemmeno inventarci storie”

 

Per l’Autore, nel filone, uno dei motivi principali del vivere, del progettare un futuro, potrebbe essere il desiderio di sapere come andranno a finire le tante storie di cui è intessuta la nostra vita o, più in generale, il desiderio di alimentarsi di “storie”. Cosa che oggi, purtroppo, tanti, troppi, soddisfano solo attraverso la tv, mentre le parole – lette o scritte, sussurrate o parlate - possono essere la più forte muraglia contro le angosce del silenzio.

La prosa di Pecchinenda è spessa e meditata, il libro è pieno di citazioni letterarie. Queste, di autori celebri e meno, vengono poi argomentate con tratti propri e collegate a vicende dirette: dell’uomo? del personaggio? non fa alcuna rilevanza. La narrazione sgorga dalle profondità dell’essere e reca in superficie ansie, timori, ricordi belli e tristi, una sorta di camino vulcanico che dà modo all’interno magma di sfogare a tratti, alleviando la dirompente tensione.

 

“Ma quali sono, mi chiedo, i giorni della nostra vita che non dimenticheremo mai? Quali, tra i tanti trascorsi con le persone amate, quelli che ricorderemo per sempre? E perché proprio quelli e non i mille possibili altri?”

 

Le incognite della vita prendono il sopravvento, come è naturale che sia. I grandi dolori non ci stroncano – fortunatamente – e, nel caso migliore, possono essere un punto fermo che ci inviti a rivisitare molte delle nostre cose.

 

Gianfranco PECCHINENDA: L’ultimo regalo

Lavieri, 2013 – pp. 120 - € 10,90


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