Non essere triste

di Gabriella Nicolini

note di Luigi Alviggi

Non essere triste:

nascondi nelle pieghe della gonna

ricordi e speranze perdute,

 

nascondi la tua delusione,

la tua rabbia,

i silenzi

 

Nascondi a chi non sa vedere

in fondo alla tua anima

il pensiero nascosto,

 

nascondi  delusioni e lacrime :

perché la migliore risposta

è essere felici :

 

sii felice per te stessa

e gli altri non capiranno

il tuo sorriso

 

in un angolo buio

di una mattina di luce.  

 

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 “La tristezza

è compagno pluricorde,

più strade vanno perché

essa penetri nei cuori.

E il cuore si mostra

asilo accogliente:

ospite consenziente

lascia straripare.

Luogo angusto,

è ostico tirar via

l’inviso rifugiato”

 

 

Siamo fogli di carta: due facce scortano il nostro andare. L’una è la maschera gioviale, un passepartout che consente di avventurarsi nella folla che ruota intorno; l’altra è la maschera dimessa che mostriamo risoluti solo a noi stessi. La scorgiamo quando fissiamo pensierosi l’immagine allo specchio senza che alcuno ci osservi. Con lei non frapponiamo riguardi, siamo quel che siamo, sfrondati da ogni abbaglio, senza tema di essere biasimati o di incorrere in figure peregrine. È l’unica verità che affrontiamo a viso aperto, noi soli con noi stessi, fuori di ogni costrizione, il momento più autentico dello stare al mondo.

Da dove nasce la tristezza? Il piccolo essere la ignora: il suo pianto denota sofferenza fisica, bisogno di cibo, necessità di accudimento, desiderio di braccia accoglienti. È un animale in crescita che ignora tale stato cui solo l’accumularsi dei giorni fornisce consistenza. E più essi aumentano, più essa si fa arrogante. Nasce dal confronto tra un ieri felice ed un oggi dimesso, tra una presenza gradita ed un’assenza dolorosa, tra un amore ambito ed una solitudine amara. Il portoghese “saudade” ben abbraccia i due poli cui attinge linfa l’essere afflitti: tristezza e nostalgia, nostalgia e tristezza, le due facce di un’unica moneta che di buon grado subito alieneremmo.

L’Autrice la vive al femminile:

 

nascondi nelle pieghe della gonna

ricordi e speranze perdute

 

la maggiore sensibilità della donna è indiscussa e la sofferenza in loro più comune, ma non certo loro prerogativa. Il secondo verso esplicita quanto sopra. I ricordi sono ciò che resta di noi nei giorni a seguire, le speranze accendono nella mente i giorni futuri, attese che illuminano il domani e ce lo illudono migliore. Il crollo di questi pilastri precipita nella polvere, ci condanna inadeguati al compito affrontato, ci pone di fronte all’esser nati fatalmente manchevoli. Abbiamo giocato e abbiamo perso per nostra inettitudine: non ci perdoneremo mai, né alcun altro può farlo!

Ecco la delusione, la rabbia, il silenzio che crollano addosso, si impadroniscono spietati delle nostre giornate. Ci resta solo il manto del pudore per coprirli in maniera che la rispettabilità non venga compromessa, la caduta non ci travolga. L’imperativo è “nascondere” - ripetuto ben tre volte nella lirica -, ordine tassativo, nelle pieghe dell’animo, nel sacrario più riposto, nascondere perché altri non possa infierire, nascondere, come esecutori dell’essere il miglior alleato di se stessi.

La possibilità di riscatto è nel custodire “il pensiero nascosto”, quello che appartiene unicamente a noi, inaccessibile, un tesoro dalle possibilità illimitate, forse non spendibile nell’immediato ma agibile con la calma della riflessione.

 

... la migliore risposta

è essere felici

 

c’è saggezza infinita in queste parole. È il rendersi concreto di un patrimonio ancestrale giunto a noi attraverso innumerevoli generazioni. Non è un impiastro provvisorio creato per lenire il dolore, è il mezzo per combatterlo sul suo stesso terreno, il modo migliore per contrastarlo, è la capacità posseduta dall’araba fenice di risorgere dalle ceneri per riguadagnare una possibile esistenza (post fata resurgo), magari non sfolgorante ma che consenta di risollevare lo sguardo su potenzialità di cui non abbiamo tenuto conto e che all’occorrenza possono rivelarsi vitali. Tristezza e denigrazione sono stabili compagni ed aggredire l’una indebolisce l’altra.

È il miglior suggerimento che possa essere dato di fronte ai troppi mesti momenti che toccano la vita di ciascuno, è quel tesoro nascosto di cui ci impossessiamo e che dobbiamo avere il coraggio di sfoderare contro l’invidia di quanti ci circondano.

 

il tuo sorriso

in un angolo buio

di una mattina di luce

 

è la resurrezione salvifica a discapito di tutti, la risposta debellante gli attacchi, la bassezza, la perfidia di quanti hanno prevaricato il proprio interesse ai danni del nostro, il guizzo finale per superare sul traguardo il rivale infido che malamente aveva concorso per avvantaggiarsi della nostra disfatta. Perché

 

... chi non sa vedere

in fondo alla tua anima

 

è tante volte chi più ti sta vicino, annebbiato dai problemi, scontento dei propri risultati, annaspante in mezzo alla corrente impetuosa, distratto anche se le fondamenta comuni sono solide.

È questo il dono infido ma anche sublime che avvolge nelle sue giravolte la condizione umana.

È la doppia chiave che racchiude questa lirica: essa descrive il problema e al contempo prospetta una via d’uscita. Nessuno dei due è di facile gestione, l’esperienza sottesa nei versi funge da cardine per far girare al meglio le cose. Le difficoltà crescono con il peso degli anni, solo chi ha la capacità di scavare in essi per cercare il bandolo dell’oggi, dimostra di aver saputo mettere a frutto positivamente la baraonda esistenziale.

La musica è di ardua esecuzione, bisogna essere attenti e saper imbroccare gli accordi:

 

“Così malfermi sentieri per la gioia,

così rutilanti viali per la tristezza”

IX 14

 

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