E  TU  NON  SEI  TORNATO

 

di   Marceline  Loridan-Ivens 

 

 recensione di Luigi Alviggi

A quasi sedici anni l’Autrice, ebrea d’origine polacca, è internata dalla Gestapo nel campo di Birkenau, che verrà riconosciuto, a fine guerra, come il maggior luogo di sterminio degli ebrei. Compagno alla tragedia il padre che finirà nel vicino campo di Auschwitz, e che, nel viaggio di trasferimento insieme, pronunzierà le parole che si scolpiranno nella mente della fanciulla, lasciandole una penosa eredità per la vita, inestinguibile:

 

“tu forse tornerai perché sei giovane, io invece non tornerò“

 

Una volta separati, l’uomo riuscirà a farle recapitare un biglietto con sopra scritte parole che lei non ricorda, per quanti sforzi faccia. Di esso le rimane solo l’inizio “mia cara figlioletta” e la firma col vezzeggiativo familiare. Un istinto protettivo ha cancellato quella memoria, perché la nostalgia può essere un fattore distruttivo quando si è in lotta continua per la sopravvivenza. A casa sono rimasti la madre con il piccolo fratellino Michel. Lontani sono il fratello maggiore ed altre due sorelle.

Marceline approderà poi a Bergen-Belsen e poi ancora a Lipsia. Tra le sofferenze e le offese infinite del campo, rimane nella donna adulta l’esaltazione provata nell’unica volta in cui due squadre di lavoranti, maschi da una parte, femmine dall’altra, si sono incrociate per caso e la figlia ha potuto lanciarsi nelle braccia del padre. L’incredibile stretta sognata tra i corpi debilitati, che riempie di gioia per l’accertare la presenza in vita, anche se subito sopraffatta dalle violenze dei guardiani contro coloro che hanno infranto rigide regole.

Si affolla una massa di orrori terrificanti: la coetanea uccisa senza colpa, un’altra per inesperienza, la morte di ogni speranza, i lavori forzati, il vivere l’oggi ignari se si fosse visto il domani, le schiere di bambini e di vecchi in marcia verso le camere a gas, le esecuzioni improvvise e immotivate, i fiumi di nuovi arrivi e la necessità di liberare posti, l’odore della carne umana bruciata che penetra per sempre nari e cervello, la distruzione della memoria pregressa, la paura per ogni cosa che accade, la perdita di ogni umanità, l’abitudine alla morte, infine l’incapacità di esultare per la sconfitta nazista. Marceline verrà liberata dai russi nel campo di Theresienstadt.

Il libro – steso in collaborazione con la scrittrice francese Judith Perrignon - si legge d’un fiato. Sono pagine strazianti, di intensità atroce, dalle quali trasuda un dolore universale, cosmico, che colpisce al cuore il lettore, i tanti che hanno avuto la fortuna di non avere alcun contatto con quel mondo deviato, macchia imperitura del genere umano. La spinta narrativa viene dal profondo, sgorga come una vena sotterranea troppo a lungo repressa e in cui la pressione è tale che l’ingorgo è sempre incipiente, pronto a far precipitare il blocco del silenzio ad impedire il balsamo liberatorio delle parole.

Al ritorno, ad attenderla al treno trova lo zio, anch’egli scampato ad  Auschwitz, con Michel:

 

“C’era Michel con lui. Era cresciuto, aveva otto anni. Mi sono inginocchiata davanti al mio fratellino e gli ho chiesto: «Mi ricono­sci?». Ha risposto di no, e dopo qualche istante, ha detto: «Mi sa che sei Marceline». Sembrava un bambino abbandonato. Era te che aspettava.”

 

E poi i problemi del dopo: l’inaspettata difficoltà di riaprirsi all’esistenza, gli incubi notturni, il perdersi dietro aspetti marginali della vita giornaliera, l’ansia inconscia - rigetto quasi - di rivedere persone care, la sofferenza del rientro a casa, la rincorsa dei fantasmi, la volontà di scappare dal luogo degli affetti passati, il ritrovarsi bene solo con altri scampati alla fine, l’impossibile dimenticare, il rifiuto del proprio corpo, di una nuova vita, dell’essere madre.

Michel, compromesso nel profondo come l’Autrice, soffrirà di profondi disturbi psichici: “aveva la malattia dei campi senza esserci andato”. Si suiciderà, solitario, raggiunta l’età in cui gli scomparve il padre.

Primo Levi (1919 – 1987) in “Se questo è un uomo” - libro terminato nel ’47 ma salito alla notorietà soltanto nel ’58 (Einaudi) -, narra l’odissea personale della deportazione ad Auschwitz del tutto analoga a quella di Marceline, anche se forse vissuta in maniera meno tragica. Appropriato ricordare anche il libro di Benedetta Tobagi “Come mi batte forte il tuo cuore” (Einaudi, 2009). In esso la figlia rivive l’amore per il padre Walter, giornalista del Corriere della Sera, ucciso a Milano sotto casa nel maggio 1980 da un terrorismo senza nome. È un dramma analogo a quello di Marceline, una tragedia che avvelena tutta la vita a venire. Benedetta ha solo tre anni nell’80 e dunque la sua crescita è caratterizzata dalla progressiva presa di coscienza della tragedia e da un rimpianto crescente per l’uomo che non ha avuto modo di conoscere. E, proprio per questo, l’affetto verso di lui cresce con l’età, finendo moltiplicato ad accompagnare tristemente in memorie ricostruite i suoi giorni di donna.

Marceline Loridan-Ivens (1928) è stata regista, attrice, scenografa. Il doppio cognome deriva dai suoi due mariti, avendo lei rinunciato al proprio, Rozenberg, per evitare perenni problemi di antisemitismo. Il secondo marito – Joris Ivens – è stato uno dei grandi documentaristi del secolo scorso, e lei ha molto collaborato al suo lavoro. Il presente testo è probabilmente una delle ultime denunce, da parte di protagonisti viventi, del massacro della Shoah perpetrato nell’ultima guerra (1939-45) dai nazisti. Assume, quindi, un carattere anche più eminente, specie di fronte al negazionismo che serpeggia oggi in alcuni fautori dell’inconcepibile. Ma in questa temperie, sotto il sole che continua a risplendere sulle tante sciagure umane, ci tocca vedere veramente di tutto.

La perdita di un genitore, sempre tanto dolorosa, diventa assurda e inaccettabile, anche a settant’anni e più di distanza, quando si percorrono gli stessi passi, la stessa strada, ed il destino conserva noi mentre decide la scomparsa del nostro compagno di via. L’amore immenso diviene infinito, e non lascia scampo:

 

“Io ero la tua cara figlioletta. Lo si è ancora a quindici anni. Lo si è a tutte le età. Io ho avuto così poco tempo per fare scorta di te... Ed è aver vissuto senza di te che mi pesa.”

 

“Ho vissuto perché tu volevi che vivessi. Ma ho vissuto come ho imparato laggiù, na­vigando a vista, un giorno alla volta. Ce ne sono stati di belli, però. Scriverti mi ha fatto bene. Parlare con te non è una consolazione. Allenta soltanto un po' quello che mi strin­ge il cuore.”

 

E, in effetti, da quei campi Marceline è ritornata solo in parte, in piccola parte. Tutto il libro è la sua risposta al padre. Una risposta a quel biglietto recapitato fortunosamente, che nemmeno ricorda...

 

 

                       

MARCELINE  LORIDAN-IVENS  :  E tu non sei tornato

Traduzione di Monica Capuani

Bollati Boringhieri,    2015 – pp.  112 - €  12,90

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