IL LAGO

di Yasunari KAWABATA

recens di Luigi Alviggi

 

 

Ginpei Momoi, ultratrentenne professore di giapponese, è il protagonista di questo romanzo breve di Yasunari Kawabata. Uomo all’apparenza tranquillo, arriva in una nuova città e, dopo aver acquistato abiti nuovi e gettato via i vecchi, si infila in un bagno turco per affidarsi alle scrupolose, se non maniacali, cure di una giovanissima inserviente. Poiché le fasi della complessa sequenza del bagno dureranno a lungo, la conversazione tra i due guiderà ad un livello di confidenza sempre maggiore che giunge quasi all’intimità. È Ginpei che comincia a lodare voce e corpo della ragazza e subito accertiamo che l’uomo è facile preda di allucinazioni, non sapremo se sensoriali o solo mentali, ma proprio queste serviranno a meglio penetrarne la singolare personalità.

Unite ad una sensibilità speciale, ai limiti della norma, il risultato è che, agganciandosi a labili suggerimenti dalla vita, prendono corpo una miriade di ricordi che trascinano l’uomo lontano dal qui ed ora, a vagare nel passato vivificandone minuti dettagli.

Presto veniamo anche a conoscenza dell’attività preferita dal giovane: seguire le ragazze per strada, non con intenti violenti, ma certo con una ripetizione ossessiva che sembra fare di questa l’impegno principale della sua vita.

Ginpei ha la sventura di possedere piedi deformi. Dal desiderio inconscio di trascendere questo difetto fisico e in una atipica ricerca della bellezza femminile, si abbandona a questa ripetizione, mezzo per unire in un tutt’uno due traguardi sognati. Peraltro, il libro è del 1954, e tale usanza era allora molto più praticata di oggi, anche per la scarsità di mezzi di locomozione e per l’assenza di tanto altro.

Le prove del vizio le inizia con Yayoi, cugina da parte materna, due anni maggiore, odiata dal fanciullo che si augurava morisse spezzandosi la crosta ghiacciata del lago su cui passeggiavano. Poi se ne innamora, sperando così anche di trattenere la madre di cui teme l’abbandono, perduto già il padre a dieci anni. Questi è stato trovato morto nel lago, forse ucciso da ignoti e ridotto a fantasma vagante sulle sue sponde, come vocifera la gente. Ma la frequentazione con Yayoi dura poco: lei a 14 anni si considera donna e inizia a disdegnare la compagnia di Ginpei.

Kawabata (Osaka, 1899 - 1972), uno degli scrittori nipponici più noti, è stato il primo giapponese a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1968. Tra le sue tante opere, citiamo “Il paese delle nevi” (1948), da molti considerato il suo capolavoro, e “La casa delle belle addormentate” (1961), ripubblicato di recente.

L’atmosfera della narrazione è pacata, intimista. Dal racconto si diffonde quiete, istigazione a vivere con maggiore calma per aver modo di apprezzare la bellezza di quanto ci capita e troppo spesso non viene adeguatamente vissuto. Studioso e seguace del buddismo zen, l’Autore vede nella spinta alla comunione con il tutto la realizzazione dell’uomo, e dunque si sforza di analizzare i riflessi che i fatti hanno sulla coscienza dei suoi protagonisti perché ciascuno di loro giunga a veder bene nella propria mente-cuore.

Aggiungendo una prospettiva più occidentale, l’impressione è che questo libro, scritto da un 55nne, alla pari de “La casa delle belle addormentate” – protagonista il vecchio Eguchi -, sia mosso dall’eterno desiderio dell’uomo anziano di rivivere il fascino della giovinezza, l’amore per i dettagli della bellezza muliebre, occhi, viso, pelle, corpo, accentuata in Ginpei dall’odio viscerale per i piedi deformi che lo collocano mille miglia lontano dal trono dell’avvenenza.

Nel racconto sopra citato - Kawabata lo scrive a 62 anni -, Eguchi inizia a frequentare una locanda la cui particolarità è che i clienti possono trascorrervi la notte coricati al fianco di una nuda e giovanissima ragazza vergine, ma con una regola ferrea: non svegliarla né avere alcun tipo di rapporto con lei. Esse vengono narcotizzate prima che l’uomo si infili nel letto, ed anche a questi viene dato del sonnifero. Lo scopo è che il frequentatore possa rivivere i ricordi prodotti dalla vicinanza della fiorente giovane bellezza. Eguchi, pur provando voglie illecite, desiste sempre dal suo proposito e le notti, in dormiveglia, le passa inondato dal fiume dei ricordi. Al mattino l’uomo viene svegliato prima della ragazza ed allontanato.

Il mix di desiderio cerebrale a diretto contatto con il vicino fascino fisico abbacinante rende l’originale trama molto avvincente.

Hisako Tamaki, allieva di Ginpei docente nel suo liceo, è la prima ragazza seguita dall’uomo. All’accorgersi del fatto, giunta al cancello d’ingresso della sua bella villa, e alle domande stupite di lei, lui si giustifica con il voler chiedere al padre il nome di una medicina per il suo piede d’atleta e, all’allontanarsi di Hisako per andare ad informarsi, fugge via impaurito dal proprio ardire. Verrà poi cacciato dalla scuola per una denuncia anonima della loro relazione fatta dalla migliore amica di Hisako, Onda.

 

“In seguito Ginpei ebbe modo di pensare che se Hisako era divenuta un'amica così intima e inseparabile di Nobuko Onda, doveva celarsi in lei una personalità enigmatica. Forse quella stessa misteriosa personalità che emanava un fascino così profondo da costringere Ginpei a seguirla, l'aveva indotta ad accettare il suo inseguimento. La femminilità si era risvegliata in lei con un fremito improvviso, come se fosse stata percorsa da una scarica elettrica. Quando gli si era data, anch'egli aveva tremato e si era domandato se tutte le ragazze erano come lei. Anche per Ginpei, Hisako poteva essere considerata la sua prima donna. I giorni in cui, in quel liceo, aveva amato Hisako pur essendo lui un professore e lei un'allieva, gli parevano il periodo più felice della prima metà della sua esistenza. La sua fanciullesca infatuazione per la cugina Yayoi, quando abitava in campagna e suo padre viveva ancora, era stata indubbiamente il suo primo innocente amore, in tutta la sua ingenuità, ma allora era troppo giovane.”

 

Ginpei si lascerà convincere ad andare a nascondersi nella stanza di lei per passarvi la notte, ma verrà scoperto dai genitori. Scapperà dalla finestra, calandosi con le cinture intrecciate dei kimono trattenuti al davanzale dalla ragazza. Hisako rimarrà una parentesi fortunata in cui lei più che al fascino maschile ha ceduto a quello del docente. La storia non avrà lieto fine, troncata dall’avversione dei genitori.

Tramontata Hisako, lo troviamo alle prese con Miyako con la stessa tecnica. Lei, nel tentativo di liberarsi dall’inseguitore, gli scaglia contro la borsetta, dimenticando nell’atto che da poco vi ha riposto una grossa quantità di denaro ritirata in banca. Questa è frutto dei risparmi sulle somme che il suo settantenne amante Arita le fornisce per le spese. I due non convivono. Il vecchio, vedovo di una moglie suicida, va da lei quando sente il desiderio di starle vicino per rinfrancarsi dal lavoro e dalle preoccupazioni che lo affliggono.

Ginpei, recuperata la borsetta, trattiene il denaro e, pur conoscendo l’indirizzo di Miyako, dall’assenza di notizie sui giornali, capisce che lei non denunzierà il fatto.

 

“Miyako aveva prelevato i duecentomila yen dal suo libretto personale, senza informare neppure Tatsu; esisteva la possibilità che il vecchio Arita lo scoprisse e le chiedesse come avrebbe speso quella somma. Non poteva rischiare stupidamente di sporgere una denuncia. Quei duecentomila yen rappresentavano per Miyako una sorta di indennizzo per la perdita della sua gioventù, per aver donato il suo giovane corpo a quel vecchio canuto, prossimo a morire, per avere dissipato il tempo effimero in cui sboccia il fiore della vita. In quel danaro scorreva il sangue stesso di Miyako. Perderlo significava perdere in un istante tutto ciò che le rimaneva. Non poteva crederlo. Il danaro speso lascia sempre un ricordo, ma se lo si accumula soldo dopo soldo e poi accade di perderlo, allora anche il ricordo è amaro. Tuttavia era innegabile che nel perdere quei duecentomila yen Miyako aveva provato un fremito fuggevole, come un sussulto di piacere. Più che essere fuggita per paura di quell'uomo che l'inseguiva, si era forse sottratta allo stupore folgorante di quel piacere inatteso.

* * *

Come se un qualcosa, imprigionato dentro di lei mentre l'uomo la inseguiva, fosse esploso di colpo. Come un fremito di vendetta, di resurrezione della propria gioventù sepolta all'ombra del vecchio Arita. Per Miyako fu come se quell'istante compensasse tutte le umiliazioni dei lunghi mesi, degli anni consumati accumulando quei duecentomila yen. Non li aveva perduti inutilmente: era valsa la pena di pagare un simile prezzo per quell'istante.”    

 

Ma certo l’amore di Arita non può bastare ad una 25nne che di ben altro ha bisogno: abbandonarsi ai sogni del futuro, sentirsi vicino pelle giovane e pensieri ardenti, da ovunque provengano, che non può dare chi si avvia alla fine della vita. Dagli uomini che la seguono per strada – non è solo Ginpei -, anche Miyako spera qualcosa, e l’attesa continuata stravolge ogni suo pensiero.

Proverà una deliziosa, inarrivabile sensazione anche stringendo la mano di un’altra donna, la 15nne Machie, amata da un amico di suo fratello, che le farà nascere dentro il desiderio di fuggire lontano, sola, anche lei alla ricerca disperata di quanto sinora la vita non le ha concesso.

E anche Machie, splendida col suo cagnolino nell’età del primo sboccio alla vita, sarà seguita a lungo da Ginpei:

 

“Indossava un golfino di lana bianco e ruvidi pantaloni di cotone, di un grigio stinto, con i bordi rimboccati a sgargianti scacchi rossi. Tra i pantaloni leggermente corti e le scarpe da ginnastica appariva il candore della sua pelle. I capelli erano stati raccolti con negligenza a coda di cavallo e rivelavano l'affascinante candore delle orecchie e del collo. Era lievemente curva in avanti perché il cane tirava il guinzaglio. Ginpei fu irrimediabilmente rapito dal fascino miracoloso di quella fanciulla. Il solo delicato colore della carnagione che appariva tra i risvolti a scacchi rossi e le bianche scarpe di tela era sufficiente per opprimergli il cuore di una tristezza tale da desiderare di morire o di uccidere la ragazza.

Ricordò la Yayoi di un tempo, nel suo villaggio, e la sua allieva Hisako Tamaki, ma gli parvero indegne di essere paragonate a quella fanciulla. La pelle di Yayoi era candida, non luminosa. La carnagione di Hisako pur possedendo riflessi profondi, aveva un che di torbido. Non possedeva l'aura sovrumana che circondava quella fanciulla. Paragonandosi al ragazzo che giocava con Yayoi e all'insegnante che frequentava Hisako, Ginpei si sentiva ormai un miserabile, straziato dalla disperazione. Benché fosse una sera primaverile Ginpei sentì le lacrime spuntargli dalle palpebre appesantite, come se lottasse contro un vento gelido, e il fiato gli mancava sebbene la salita non fosse aspra. Aveva le gambe svuotate di forza, al di sotto del ginocchio, intorpidite, e non riusciva a raggiungere la ragazza.”

 

Kawabata si uccide nel 1972, suicidio negato da amici e familiari. Afflitto dal Parkinson, lascia aperto il rubinetto del gas durante un bagno ma, più probabilmente, la ragione è da ricercarsi nel suo profondo turbamento seguito alla fine del scrittore Yukio Mishima (Tokyo, 1925), di cui era ammiratore, che aveva scelto di togliersi la vita nel 1970.

Il libro si chiude con la festa della caccia alle lucciole, liberate sul lago per i partecipanti, una romantica narrazione in cui Ginpei è impegnato nella ricerca del fascino e della giovinezza di Machie, che presume sarà presente alla festa. Quando la individua è con un altro ragazzo, il che lo stupisce, ma, avvicinandosi, dalle loro parole saprà che il fidanzato è ammalato. Lui lo ignora, ma l’accompagnatore è il fratello di Miyako. E qui l’autore apre un’altra finestra sul temperamento del protagonista:

“Si sarebbe detto che quella fanciulla gli aveva fatto scoprire, o piuttosto riscoprire, la propria timidezza.”            

 

In effetti ecco il dramma dell’uomo. Torturato, mentalmente oltre che fisicamente, dai piedi deformi, non può far altro che spendere la vita correndo appresso a gioventù e bellezza. Solo così si illude di conquistare quella dimensione che gli è stata per sempre negata. Ecco i reiterati tentativi di realizzare il sogno, sublimando la penosa realtà con l’immedesimarsi nelle vesti dell’amore di turno della fanciulla seguita.

E il cerchio si chiude quando, alla festa, lui si allontana da Machie, accompagnato dal fantasma di lei a guisa di scorta, e cade lungo la via:

 

Aveva visto sotto il suo corpo un neonato che si trascinava carponi come lui. A Ginpei era parso di strisciare su uno specchio, e che le palme delle sue mani si sovrapponessero a quelle del neonato al di sotto della superficie del terreno.”   

 

Il dolore improvviso ai piedi lo costringe a strisciare a terra e subito si ritrova in fasce nel tentativo supremo di iniziare tutto da capo. Voltata pagina, vuole ricominciare a scrivere dall’inizio tutto ciò che lo riguarda: nuova pagina, nuovo essere, nuova vita...

 

Come sarebbe possibile nell'essere umano il piacere di chi agisce se non esistesse quello di chi subisce?”        

 

È un moto del tutto circolare che, in ultima analisi, ben si collega al perimetro del lago che tante volte Ginpei ha percorso da fanciullo.

E in questo contrasto tra il comportamento torbido di Ginpei e la sua costante aspirazione ad ascendere a vette riposte, di pregio del tutto diverso, si racchiude l’essenza del protagonista: la lotta lo preserva da una follia patologica squilibrante e ne fa un uomo molto più moderno di quanto la sua data di nascita farebbe supporre.

 

 

                                          Luigi  Alviggi

 

 

YASUNARI KAWABATA: IL LAGO

traduzione di Lydia Origlia.

Guanda, 2015 – pp.189 - € 10,00

 

Condividi su Facebook