IL GRANDE GATSBY 
(un libro, un film)

 

di Luigi Alviggi

Uscito nel 1925, il libro di Francis Scott Fitzgerald (Minnesota, 1896 – Hollywood, 1940) gli darà fama e denaro ma sempre poco rispetto al dissipato stile di vita cui sono abituati lui e la moglie Zelda, alla quale l’opera è dedicata. Bello e dannato, l’Autore morirà giovane come tutti quelli cari agli dei. Siamo alla metà dei “roaring twenties” un decennio di febbrile crescita negli USA, in una sorta di belle epoque e di inizio del secolo breve ritardati, che culminerà nella tragica crisi del ’29. Sono gli anni culla del jazz e del charleston, suo derivato. Il libro viene scritto a Parigi, durante un lungo soggiorno francese dei coniugi. Subito, nel 1926, vi sarà il primo film muto, oggi perduto. Sarà solo l’inizio dei tanti derivati dall’opera nei campi più vari, che culminano nel film di Baz Luhrmann in visione sugli schermi. Negli Usa oggi il libro viene letto nelle scuole. Il film ha inaugurato il 66° Festival di Cannes e punta su Leonardo Di Caprio come Jay Gatsby e la 27nne inglese Carey Mulligan come Daisy Fay. Abiti di Prada per tutti, sviluppati dalla moglie di Luhrmann Catherine Martin, Oscar per il precedente film familiare Moulin Rouge (2001). Prima di questa, resta famosa la versione di Jack Clayton del 1974, con Robert Redford Gatsby, Mia Farrow Daisy, e sceneggiatura di Francis Ford Coppola.

Gatsby è un personaggio molto moderno, forse troppo anche per oggi, amante della bella vita e di tutti i suoi piaceri, da qui il grande successo nei quasi 90 anni intercorsi dalla sua creazione. È un uomo ambiguo che se da un lato ben incarna il self made man del mito americano dall’altro, nell’immensa ricchezza, configura l’alone torbido ed oscuro che sempre sottende chi trae guadagni da affari non si sa fino a che punto leciti. La vicenda è ambientata a New York Long Island, nel sobborgo West Egg così chiamato per distinguerlo dalla vicina East Egg, zona altolocata.

I coniugi Tom e Daisy Buchanan, ricchissimi tanto per non sfigurare ed anch’essi dediti alla bella vita, amanti di tutto quanto piacevole e immune da grattacapi, sono il desiderio di vita fine a se stessa raccolta a piene mani e con il minor numero di pensieri. Una rivisitazione tentata del paradiso perduto lungo l’ancestrale cammino umano. Bocchiola nella prefazione pone l’accento sul termine carelessness, cioè su quel vivere levitando sulle cose, a svolazzare di fiore in fiore, attenti a non rimanere invischiati in nulla che possa intaccare l’azzurro illimitato di un’esistenza senza nuvole. Sono pagine ricche di auto e donne di gran lusso, di telefoni squillanti, di sfarzo senza limiti, di feste scintillanti nella banalità mondana. E Fitzgerald rappresenterà molto per tanti autori nordamericani a seguire. È una vita che tocca a pochi e chiude fuori i più. Molti, però, consumano sogni e speranze, passi perduti nei loro giorni, nell’illusione di potervi entrare, di striscio, di straforo, per sbaglio, ficcandocisi comunque dentro.

Scioccante e fantasmatico il primo approccio di Nick Carraway – il narratore, uomo probo e concreto – alle due donne del romanzo, Daisy sua cugina, e Jordan:

 

“L’unico oggetto completamente fermo nella stan­za era un enorme divano su cui, come su un pallone aerostatico, galleggiavano due giovani donne. Erano entrambe in bianco, e i loro vestiti svolazzavano e si increspavano come se fossero appena stati risoffiati lì dentro dopo un breve volo in giro per la casa. Devo essere rimasto qualche secondo ad ascoltare i tremolii e gli schiocchi delle tende, e il cigolio di un quadro alla parete. Seguì una detonazione, quando Tom Buchanan chiuse la finestra sul retro e il vento si bloccò e cadde in tutta la stanza, e le tende e i tappeti e le due giovani donne scesero lentamente verso terra.

La più giovane, non l'avevo mai vista. Stava lunga distesa al suo capo del divano, completamente immo­bile e con il mento un po' alzato, come se vi tenesse in bilico qualcosa a forte rischio di cadere. Se mi vi­de con la coda dell'occhio non ne diede segno - anzi, quasi mi stupii nel mormorare le mie scuse per averla disturbata entrando.

L'altra ragazza, Daisy, fece un tentativo di alzarsi - si allungò appena in avanti, con un'espressione zelan­te - e poi rise, una risatina assurda, piena di fascino, e risi anch'io e avanzai nella stanza.

«Sono p-paralizzata dalla felicità.»

Rise di nuovo come se avesse detto una cosa esi­larante, e per un momento mi tenne la mano alzando gli occhi sul mio viso, assicurandomi che non c'era persona al mondo che avesse altrettanta voglia di ve­dere. Era una delle sue caratteristiche. Accennò in un sussurro che il cognome dell'equilibrista era Baker.”

 

Nelle pagine successive, dove si narra la cena in veranda dei quattro, è il succo del romanzo. Discorsi a metà, di levità impalpabile, cose dette e non dette, segni premonitori di crepe nell’apparente intesa tra i coniugi, cenni a faccende che Daisy rigetta mentre Jordan vorrebbe approfondire,. Nock è nuovo al gioco e, non sapendo dove porsi, veste i panni dell’ignaro in attesa degli eventi. Le uniche note sentite di Daisy saranno quando gli parlerà della figlia di tre anni. In effetti lei è sola con un marito che c’è ma è come noci fosse.

Sarà Jordan ad informarci, confidandolo a Nick amore nascente, che il legame tra Daisy e Gatsby è di vecchia data, anteriore al matrimonio con Tom. Risale a quando lui era uno spiantato soldato e – nei cinque anni intercorsi dall’ultimo vedersi - Gatsby è vissuto ed ha accumulato denaro solo nella speranza di rincontrarla. Ha tentato di bloccarne il matrimonio con una lettera e la fanciulla l’avrebbe fatto, se Jordan non l’avesse costretta a rinsavire e seguire le regole. E Nick diventerà il pronubo del nuovo incontro tra i due a casa sua, dove ha invitato Daisy sola per un tè, come agognato da Gatsby e chiestogli da Jordan. Abitando Nick e Jay affianco per caso, sarà l’occasione per mostrare a Daisy la reggia creata dal ragazzo povero del Midwest soltanto nell’attesa di lei:

 

“Non aveva mai staccato gli occhi da Daisy, e credo che attribuì un nuovo valore a ogni oggetto presente in quella casa secondo la reazione che suscitava negli adorati occhi di lei. Qualche volta fissava trasognato i propri averi come se in essi, nella reale e stupefacente presenza di Daisy, non ci fosse più nulla di reale. A un certo punto per poco non ruzzolò dalle scale.

Camera sua era la più semplice di tutte - salvo il dettaglio che la toeletta era ornata di un servizio di accessori in oro puro opaco. Daisy prese la spazzola con gaudio e si lisciò i capelli, al che Gatsby sedette, si mise una mano sugli occhi e cominciò a ridere.

«Questo è troppo buffo, vecchio mio» disse allegra­mente. «Io non posso... quando cerco di...»

Aveva visibilmente attraversato due stadi e stava entrando in un terzo. Dopo l'imbarazzo e la gioia irra­zionale, si struggeva di meraviglia alla presenza di lei. Tanto a lungo era stato tutto preso dall'idea, l'aveva sognata dal principio alla fine e attesa a denti stretti, per così dire, a un culmine di inconcepibile intensità. E adesso, per reazione, stava esaurendosi come un orologio caricato all'eccesso.

Ma si riprese subito, e aprì per noi due poderosi armadi su misura che contenevano la massa dei suoi abiti, delle vestaglie e delle camicie accatastate come mattoni in mucchi di una dozzina.”

 

E il nuovo primo incontro, nell’atmosfera incerta di un giorno piovoso, ove l’amore sopito riprende vita e, minuto dopo minuto, si ingigantisce, reso impavido dagli anni di distanza e di apparente gelo, ci porta le pagine migliori del libro. Da esse gronda una partecipazione autentica che pare trascendere i limiti della creazione artistica, forse a ricalco della vicenda vissuta tra lo scrittore e Zelda. Restiamo affascinati dalla delicatezza e, ad un tempo, dalla forza spavalda dell’amore smisurato che riprende vita. Un amore che si rivela tetragono alle ingiurie della lontananza e del tempo.

Il divano lo ritroviamo oltre, in un invito a pranzo al quale oltre i quattro c’è anche Gatsby. Dopo il pranzo in una torrida calura estiva ed una corsa in macchina verso la città, approdano tutti in una suite del Plaza dove la pentola sotto pressione alfine scoppia. Il diverbio tra Gatsby e Tom è da manuale, marito geloso contro pretendente minaccioso:

 

«Controllarmi!» ripetè Tom, incredulo. «Immagino che l'ultima novità sia starsene seduti belli comodi e lasciare che il Signor Nessuno di Nonsodove corteggi nostra moglie. Be', se la pensate così, non contate su di me... Oggi la gente incomincia a beffarsi della vi­ta familiare e della famiglia come istituzione, e fra un po' butteranno a mare tutto e avremo i matrimoni fra bianchi e neri.»

Paonazzo per la filippica, vedeva se stesso tutto so­lo, ritto sull'ultimo baluardo della civiltà.

«Qui siamo tutti bianchi» mormorò Jordan.

«So di non essere molto benvoluto. Io non do grandi feste. Presumo che uno debba trasformare casa propria in un porcile per avere degli amici... nel mondo moderno.»

Sebbene fossi in collera, sebbene lo fossimo tutti, ogni volta che apriva la bocca mi veniva da ridere. Così totale era stato il passaggio da libertino a moralista.

«Ho io una cosa da dirle, vecchio mio...» cominciò Gatsby. Ma Daisy indovinò le sue intenzioni.

«No, per favore!» lo interruppe disperata. «Per fa­vore, torniamo a casa. Perché non ce ne torniamo tutti a casa?»

«Buona idea.» Mi alzai. «Avanti, Tom. Nessuno ha voglia di bere.»

«Ma io ho voglia di sapere che cosa ha da dirmi Mr Gatsby.»

«Sua moglie non la ama» disse Gatsby. «Non l'ha mai amata. Ama me.»

«Ma lei è pazzo!» esclamò automaticamente Tom.

Gatsby scattò in piedi, acceso di emozione.

«Non l'ha mai amata, mi sente?» gridò. «L'ha spo­sata solo perché io ero povero ed era stanca di aspet­tarmi. Fu un terribile errore, ma nel suo cuore non ha mai amato altri che me!»

....

«Lei è matto!» sbottò. «Io non posso parlare di ciò che accadde cinque anni fa, perché allora non conoscevo Daisy... e mi venga un colpo se riesco a immaginare come abbia fatto ad arrivare a meno di un miglio di distanza da lei, a meno che non le con­segnasse la frutta e verdura dalla porta di servizio. Ma tutto il resto è una menzogna maledetta da Dio. Daisy mi amava quando ci siamo sposati, e mi ama ancora.»

«No» disse Gatsby scuotendo la testa.

«Sì, invece. Il problema è che a volte si mette in te­sta delle sciocchezze e non sa più quello che sta facen­do.» Annuì con fare saggio. «E inoltre, anch'io amo Daisy. Ogni tanto faccio una scappatella e mi copro di ridicolo, ma poi torno sempre, e nel mio cuore non smetto mai di amarla.»

«Sei disgustoso» disse Daisy.”

 

E la giornata finirà in tragedia, prologo a quella finale, in una folle corsa verso il passato, nella pazza idea che esso possa rivivere invariato, come se gli anni intercorsi non fossero esistiti.

La descrizione delle feste in casa Gatsby fa impallidire quelle che devono essere stati i festini di Trimalcione e Lucullo. Tutto è a fiumi, persone, alcolici (siamo nell’epoca del proibizionismo), cibo, ambienti, camerieri, ragazze appariscenti, musicanti

 

«Lei non sa chi siamo» disse una delle ragazze in giallo «ma ci eravamo conosciute circa un mese fa.»

«Ma poi vi siete tinte i capelli» replicò Jordan, e io ebbi sussulto: ma le ragazze avevano tirato innanzi senza badare, e il suo rilievo finì dritto alla luna pre­matura, senz'altro estratta, come la cena, dal cestino di un fornitore a domicilio. Con il braccio snello e do­rato di Jordan sul mio, scendemmo i gradini e passeg­giammo nel giardino. Un vassoio di cocktail veleggiò verso di noi nel crepuscolo e ci sedemmo a un tavolo con le due ragazze in giallo e tre uomini, ciascuno dei quali si presentò a noi come Mr M-m-m-m.”

ed è di Jordan il fondamentale commento “Comunque, dà grandi feste, e a me piacciono le grandi feste. Nelle feste piccole non c’è riservatezza”.  

La memoria non può non andare alle feste del proustiano salotto Verdurin. L’intervallo nella creazione è di una ventina d’anni - anche se Marcel scrive sull’onda dei ricordi, e dunque bisogna aggiungerne più di altri dieci - eppure sembra intercorrere molto più tempo. Dalla mentalità, dai discorsi, dalle immobilità ottocentesche, per merito del Fitzgerald, giungiamo ad una realtà aperta sui nostri giorni. Leggendo Proust conosciamo il passato, leggendo Scott avvertiamo l’oggi. Nelle pagine relative alla elencazione dei partecipanti, la lista è quella di un qualsiasi grande ricevimento odierno, con l’accozzaglia di faccendieri, mestatori, bellissime giovani donne in cerca di fortuna, scrocconi e parassiti, ma l’unica aspirazione di Gatsby è avere le feste e la reggia zeppe di gente. Una differenza c’è, invero. Né nelle feste né nel romanzo compaiono politici, negli USA la politica non è mai stata dappertutto. Folla di partecipanti che, come cavallette, si precipitano avidi sul banchetto per eclissarsi con la stessa velocità quando esso viene meno, e il racconto ne fornisce la riprova.

Stile, parole, linguaggio del libro sono attuali, potrebbe essere stato scritto oggi. Il leggerlo con faciltà ed interesse è un altro dei motivi del suo enorme successo nel mondo.

Del film diciamo subito che è un gran spettacolo, cui forse ha nuociuto - come spesso accade - l’enorme battage pubblicitario che lo ha preceduto. Niente applausi nella proiezione per i critici, molti in quella per il pubblico. Costato, dicono, sui 130 milioni di dollari, nel primo week-end in America ne ha incassati 50. Superfluo il 3D per scene ricche di interni e primi piani, esso reca qualcosa solo nella grande festa e nei campi lunghi. Girato a Sidney, 140 minuti, bellissimi abiti, gioielli di Tiffany, trovo perfetto il cast dei cinque protagonisti principali. Tobey Maguire è Nick, Elizabeth Debicki Jordan, Joel Edgerton Tom.

Centrati, in particolare, Daisy e Gatsby. La Mulligan non ha l’aria da vamp, lo sguardo timido e un po’ spaurito ben rende l’intimo di un personaggio provato dalla vita senza colpa, sempre a metà tra le grandi decisioni e il lasciarsi andare nella corrente. Molto graziosa, fornisce il giusto tocco di charme senza turbare i sonni. Di Caprio è regale nel suo fascino al culmine, e perfetto nell’incarnare l’uomo della speranza. Compare, circondato da un’aureola, dopo circa mezz’ora di proiezione, retaggio delle grandi star. Conduce i suoi giorni in un sogno che lo pervade tutto. Rigettate le misere radici, ha fatto tutto per un unico scopo, rincontrare la sua Daisy, e si crogiola nella brama di rivivere il passato in cui, per poco, ha intravisto un’esistenza oltre ogni aspettativa. Esiste solo per ottenere una seconda chance, possibile o impossibile che sia poco importa, figlio di nessuno è l’unico modo per arrivare a sentirsi qualcuno. E la seconda parte del film, la migliore, gli fa meritare a pieno titolo l’appellativo di “grande” più che nel libro stesso.

Buona la rispondenza film-libro. Solo il personaggio di Nick ne esce stravolto, divenendo scrittore in cura presso uno psichiatra. Qualche forzatura più esplicita la sceneggiatura la fa, qua e là, per venire incontro agli spettatori meno dotati. La casa di Gatsby è un grande castello, abbastanza fiabesco e dal tocco disneyano nelle molteplici immagini a tutto campo. La scena delle camicie, quando Daisy visita per la prima volta la reggia, è un totem del romanzo e, dato l’enorme impatto scenografico, ha rilevanza nel film. Quando Daisy scoppia a piangere, sommersa dal rigurgito di passato e non dalla caterva di camice lanciatele addosso da Gatsby dal guardaroba in alto sul letto, dirà semplicemente che è perché non ne ha mai viste di così belle. Molto calzante anche la scena, sopra richiamata, del primo impatto di Nick con le due donne, in un fantastico balenio di tende e veli al vento, tutti bianchi come bianchi gli abiti delle signore, che lasciano intuire molto meglio dello scoprire.

Forse nella prima parte il film è troppo chiassoso, rutilante ed eccessivo per la colonna sonora di Jay-Z e della moglie Beyoncé, che hanno tirato dentro anche altri, e per il jazz sostituito dallo spumeggiante hip-hop, ma questa parte piacerà di certo ai giovanissimi.

Nel film guadagna importanza la luce verde, il piccolo faro che splende al termine del pontile dinanzi la casa di Tom e Daisy. Gatsby abita dirimpetto, dall’altra parte della baia, e quello splendore notturno funziona da culla per i pensieri, per i progetti, ricorre insistente, luce della speranza che possa finalmente accendere nel chiarore tutto quanto è in attesa in fondo alla coscienza dell’uomo. È una sirena che chiama, giorno dopo giorno, rendendo sempre più carezzevole il suo canto, mentre la corrente sotterranea del tempo, giorno dopo giorno, sospinge lontano l’approdo.

Le parole che chiudono il libro chiudono anche il film, e Scottie, la figlia, ha voluto che fossero scolpite sulla lapide della tomba di Francis e Zelda:

 

“E così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza tregua nel passato.”

 

 

Francio Scott Fitzgerald: Il grande Gatsby

Rizzoli, 2011 – pp. 224 - € 7,90

(traduzione e prefazione di Massimo Bocchiola)

 

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