“IL  POSTO”

di  Annie  ERNAUX

recensione di Luigi Alviggi

 

La copertina è emblematica dell’opera: padre e figlia uniti insieme, l’ombra dell’una trasfigura quella dell’altro. Tra loro, a scavare l’abisso, non la semplice differenza generazionale ma uno iato gigantesco, di mentalità, di formazione, di visione delle cose, che li rende sconnessi in tutto, di ostica comunicazione reciproca. Il riscatto scaturisce dall’amore per le radici, la consuetudine riesce a preservare l’affetto filiale dalle contaminazioni e lo forza ad una scoperta progressiva e riverente della memoria del genitore. La figura paterna si compatta e si eleva attraverso un flashback minuzioso, quotidiano, fatto di minime cose, di abitudini, di manie, di fisime contadine, alle quali un registro linguistico semplice, volto alla scoperta delle fondamenta parentali, uno stile piatto, asciutto ed incisivo quanto pochi altri, conferiscono uno spessore narrativo che entra a far parte del remoto costituirsi comune, una scheggia attiva che muove alla partecipazione e all’affetto, quasi fossimo fratelli della protagonista. È questo l’aspetto più singolare, che conferisce al libro un interesse speciale. Esso parla di usanze, quelle che per secoli hanno accompagnato il vivere della gente di campagna, da noi fin forse agli anni 60 del secolo scorso, quando i miracoli del diffondersi della tv, del maggior benessere collettivo e della comunicazione di massa, hanno iniziato a stravolgere la massima parte dei vecchi canoni. 

Il riesame squilla – ahi, quanto spesso ciò accade nella vita reale! – con la morte dell’uomo, prima contadino, poi operaio, poi gestore di un bar emporio. Nella vita di tanti uomini, la burbera cupezza è l’espressione di pudore volto a celare gli intimi movimenti d’anima. E l’incipit è proprio la rievocazione dei vari passi, familiari e pubblici, del funerale, con le tristezze e le incombenze correlate agli omaggi alla salma. L’evento accade poco dopo il brillante superamento dell’abilitazione all’insegnamento di lettere nella scuola superiore da parte della figlia, uno dei “posti” di riferimento. Nel portafogli del padre, tra le poche cose care, lei troverà il ritaglio di giornale con l’esito del concorso, il suo nome al secondo posto. “Bisognerà che spieghi tutto questo” è allora l’imperativo che scuote la figlia.    

“Decifrare questi dettagli è per me necessario, ora, mi si impone con necessità in quanto li ho rimossi sicura del fatto che non significas­sero nulla. Soltanto una memoria umiliata ha potuto far sì che ne serbassi delle tracce. Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ri­cordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto.”  

E la ricostruzione parte dal nonno analfabeta, dall’infanzia del padre, dal “posto” dove egli cresceva, dagli umili lavori della terra e della stalla nell’anteguerra del ’14, dalle angherie: 

“Un giorno, il trancio di carne servito sul piatto di un vecchio man­driano si è messo a ondeggiare lentamente, sot­to era pieno di vermi. Era stato oltrepassato il limite del sopportabile. Il vecchio si è alzato, reclamando, che non fossero più trattati come cani. La carne è stata cambiata. Non è La co­razzata Potèmkin.”  

Dopo la guerra il primo balzo sociale del padre, operaio in una corderia, che lo condurrà al matrimonio. Poco dopo, per un incidente minore sul lavoro, il secondo, gestore con la moglie di un piccolo bar-rivendita alimentari. Questo diventa la palestra sociale dei coniugi, il luogo dove possono sentirsi realizzati e aiutare anche, tra una mescita e l’altra, gli emarginati a liberarsi, per attimi o per ore, delle loro miserie. Prima gioie, poi difficoltà, per superare le quali lui torna a fare l’operaio lasciando il “negozio” alla moglie. E “lui” e “lei”, nel fluire del narrato, identificano i pilastri fondativi del minimo nucleo familiare e noi, in loro compagnia, a scandire le ore di una routine familiare senza grandi eventi.

La Ernaux (Lillebonne, Francia - 1940) è un celebre nome della letteratura d’Oltralpe, lei, che “a scuola, quando non capivamo un problema, ci chiamavano i bambini della guerra”. Nel 2011, l’Editore Gallimard ne ha raccolto l’opera in un libro equivalente ai nostri “meridiano”, celebrazione riconosciuta di una carriera ai vertici. E sempre di Gallimard è la prima pubblicazione di questo lavoro, nel 1983, di forte (o totale) ispirazione autobiografica. 

Il libro è un diario in cui, non ordinatamente, trovano posto i ricordi, i minuti eventi, le sfumature di una modesta vita di provincia, le piccole ascese che trovano punti fermi nelle acquisizioni, la casa, l’auto, il possedere tutto il necessario, e le sconfitte, la morte della sorellina, la rozzezza inalienabile, l’estesa ignoranza, la rottura di un abito: un affronto ai sacrifici costanti per non finire fuori strada, una perenne sensazione di inadeguatezza del ruolo: “non bisogna pisciare troppo lontano”.

La figlia ricorre all’ironia per contrastare le tante cose che non le vanno a genio, che risultano fuori posto per una mentalità che va evolvendosi verso vette superiori. E l’ambivalenza, contrasto usuale nel rapporto genitore-figlio, non può mancare: “E sempre la paura O FORSE IL DESIDERIO che io non ce la facessi.” Il punto nodale resta la vergogna per questo padre toccatole in sorte, che non le va affatto a genio, e che mentalmente critica ad ogni piè sospinto in specie quando, ormai all’università, entra in contatto con famiglie della media borghesia e coi loro modi di fare familiare, o quando porta per la prima volta in casa il futuro marito:  

“Durante le vacanze estive, invitavo a Y* una o due compagne d'università, ragazze senza pregiu­dizi che affermavano «ciò che conta è il cuore». Perché, come chi vuole prevenire ogni sguardo di condiscendenza sulla propria famiglia, io an­nunciavo: «Sai, l'ambiente da me è semplice». Mio padre era felice di accogliere queste ragaz­ze così ben educate, parlava loro molto, evitava di lasciar cadere la conversazione nel timore di risultare scortese...”

 e gli “effetti” della prima volta sul compagno non tardano ad affiorare in seguito quando – oramai parigina – torna a trovare i suoi:  

“Ci andavo da sola, tacendo le vere ragioni dell'indifferenza del loro genero, ragioni indi­cibili, tra me e lui, e che subito ho accettato in quanto ovvie. Come avrebbe potuto, un uomo cresciuto in un ambiente borghese pieno di di­plomi, costantemente "ironico", divertirsi in compagnia della brava gente, la cui gentilezza, da lui riconosciuta, non avrebbe mai colma­to una lacuna ai suoi occhi essenziale, ossia la mancanza di una conversazione spiritosa.”  

Ma adesso anche lei, figlia evoluta, comincia ad accumulare i suoi errori, di comportamento, di gestione, inevitabili: sono due mondi distinti che tentano di entrare in contatto. È che manca un terreno comune sul quale ritrovarsi.

In epigrafe a quest’opera una citazione di Jean Genet (scrittore e drammaturgo francese, 1910-1986), che chiude il cerchio ideale racchiuso nella figura di copertina:  

“Azzardo una spiegazione: scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito”  

che la dice lunga sul retaggio nei giorni della figlia adulta, prima vergognosa, contestatrice, libertaria, ma, nella sostanza, ammaliata, come tutti, dalla figura di riferimento della propria infanzia.

 

Annie ERNAUX: IL POSTO

traduzione di Lorenzo Flabbi

L’ORMA, 2014 – pp. 120 - € 10,00

 

 

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