LA   PIMPINELLA

di   Grégoire Delacourt 

 

 

recensione di Luiggi Alviggi

 

Dal testo subito apprendiamo che la pimpinella è il fiore che vuol significare “sei il mio unico amore!”, un viatico sicuramente indovinato per la lettura del libro. E il sottotitolo insiste: “Storia di un primo amore”. Una vera ridondanza: il primo amore è universalmente giudicato l’unico e l’eterno, sempre... e non è finita: Victoire, definita dal padre “la mia vittoria più bella”, è fantastica.

 

Victoire aveva i capelli color dell’oro, occhi di smeraldo come due piccole gemme e una bocca polposa come un frutto maturo”

 

Lei ha tredici anni, lui quindici, tra i due amicizia. Louis, orfano di padre, ha la madre che si definisce “donna da un amore solo... tuo padre mi ha lasciato felicità per una vita intera”, e che da poco ha perso il lavoro. Sta cercando di riciclarsi in un diverso settore ed usa il figlio come “docente” per apprendere gli strumenti del nuovo mestiere. Da sfondo, un ambiente medio borghese in una piccola cittadina francese di fine secolo scorso, dove i sogni possono crescere a dismisura senza intaccare alcuna realtà.  

Il primo punto in comune tra i due ragazzi, un’estate senza vacanze. Il punto di forza maschile: gli viene affidata, dal vicino di casa partito con la moglie per le ferie, la piscina. Giusto i soldi per acquistare il motorino sognato e volar via, avvinti in due sulla sella, verso la strada del futuro senza voltarsi indietro a rimirare l’oggi.

E giochi d’acqua, nuotate sfiancanti, approcci balzani, riempiono i pomeriggi di piscina, mentre le mattine sono spese con escursioni in bici fino al fiume non lontano. Lui progetta di sposarla, lei no: vuole che rimanga il suo miglior amico.

L’amore possessivo della madre non vede di buon occhio il legame. Preferirebbe il figlio più maschio, più impegnato in attività con ragazzi, non perso in quell’incantesimo stregante che costituisce il suo respiro, il motivo di vita, e che lo rende avulso da tutto il resto. Cosa si aspetta?

 

“Aspetto che lei cresca, che posi la testa sulla mia spalla. Aspetto che le sue labbra tremino quando mi avvicino. Aspetto i pro­fumi che diranno: 'vieni, ora puoi raggiun­germi'. Aspetto di poterle dire delle parole da cui poi è difficile riprendersi; quelle parole che scavano il solco di una vita e possono condurre alla sofferenza più grande di tutte. Aspetto che lei mi aspetti, mamma; che lei mi dica 'sì, sì, indosserò il tuo anello di fili d'erba e sarò tua'.”

 

È questa diversità di accordi che scandisce il legame: lui vorrebbe affondi più corposi, lei tenta senza fortuna di capirsi, di capire cosa realmente prova per il grande amico con cui condivide tante ore del giorno. Un duello continuato ai confini tra infanzia e adolescenza, che coinvolge e lascia sbigottiti a fronte dell’enormità dei sentimenti da cui si sentono sfiorati ma dei quali non riescono a penetrare l’essenza.

Poi lei si va trasformando in donna, diviene preda di tutte le modificazioni che accadono nella creatura femminile in sboccio. È l’essere e il non essere, sapere tutto e ignorare ogni cosa, confondere amicizia ed amore per ritrovarsi sempre più disorientata. Lui assapora le prime pene, le sofferenza legate a quell’amore che amore non è, perché l’età non permette di comprenderne misteri e delizie, di afferrare il bandolo per districare la matassa, ma che comunque sa lasciare molto amaro in bocca al ragazzo che si va facendo uomo, e che conosce le prime lacrime del sentirsi non corrisposto e la desolazione del ritrovarsi solo di fronte alla perdita del mondo immaginato.

La madre lo coccola nel movimentato tragitto, e lo conforta raccontandogli del rapporto con il padre, dei loro inizi, della consegna puntuale di un fiore sempre diverso a costruire un discorso floreale che permetta loro di scoprirsi intimamente, della difficoltà ed, al contempo, della faciltà del riconoscersi fatti l’uno per l’altro.

Quando due adolescenti si perdono di vista, al rivedersi, dopo un tempo più o meno lungo, non è detto che si riconoscano. Sono persone diverse. Non fisicamente ma mentalmente possono essere due estranei. È quello che succede ai protagonisti al rincontrarsi. Lei è persa dietro una fantasia tutta sua, ora è lei ad aspettare ma non certo un ragazzino quasi coetaneo che spasima per lei e del cui amore non sa che farsene. Fantastica su un uomo adulto – il proprietario della piscina che è stato abbandonato dalla moglie -, sul quale esercita ogni arte maliziosa per farlo crollare ai suoi piedi. Ora la vicenda sfiora la tragedia e scava un abisso. Non sono più il Louis e la Victoire che abbiamo conosciuto, o meglio è lei ad esser cambiata e di molto, mentre lui, nel cuore, racchiude la stessa illusione.

E la vita continua. Diversa, impegnativa, con i mesi che scorrono a costruire memorie e progressi. La mamma e Louis sono più vicini, si confrontano nel loro dolore e cercano di fronteggiare le difficoltà dei giorni.

Sulle orme del padre, anche Louis tenterà il linguaggio dei fiori, battendo ancora ad una porta chiusa da sempre.

 

“Era partita l'estate dei suoi tredici anni; aveva portato via con sé i miei stupori, la nostra eleganza, le nostre risa limpide, il mio amore inscalfibile e il suo primo sangue. L'avevo aspettata, ma la mia pazienza a poco era valsa di fronte all'affascinante brutalità degli uomini. Divenne bella senza di me; di quella bellezza che non si può mai possedere, che è bramosia, chimera e dolore. Il suo cor­po di donna era sbocciato tra le braccia di uomini, di rapitori, di predatori - quelli che più d’ogni altro le donne desiderano.”

 

Il destino si diverte a mescolare le carte, e delle mani a venire nulla sappiamo. Così come, tutto sommato, sappiamo ben poco di quelle che ci sono già passate dinanzi agli occhi, e che troppo spesso non abbiamo giocato bene... ma c’è da dire che le storie non sono già tutte scolpite nella pietra, e possono presentare sempre nuovi aspetti.

Grégoire Delacourt, francese classe 1960, pubblicitario famoso, si è dedicato alla scrittura dal 2011. Pluripremiato, è l’autore di “Le cose che non ho” (2012), bestseller tradotto in decine di paesi, da oltre un milione di copie vendute nel mondo. Pur scrittore recente, ha già pubblicato diversi libri. La sua vena racchiude un che di fiabesco che esercita un sicuro fascino sul lettore, trascinandolo nel passato, e l’interesse verso il testo guizza facilmente nella pagina e tra di esse.

Un libro questo, del 2013, lieve come il soffio gradito d’inizio primavera, con un registro narrativo romantico e melanconico, che trascina indietro nel tempo, ai primi sofferti turbamenti della vita di ciascuno, ai sogni che tutti vorremmo divenissero realtà e che, quasi sempre, beffano il sognatore. La sola via percorribile, attraverso la quale ci si può avviare lungo l’accidentata sfida dell’esistenza.

 

“Cercavo di trovare una frase che avrei potuto scriverle, con i fiori di mio padre, ma mi mancavano le sue parole.

È per potergliele regalare un giorno, che da adulto ho voluto fare lo scrittore. La mia vittoria.”

 

 

Grégoire  Delacourt :  La  pimpinella

Traduzione di Riccardo Fedriga

Illustrazioni di Gaia Stella

SALANI,    2015 – pp.  96 - €  10,00

 

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