“FUOCO SU NAPOLI”

di Ruggero Cappuccio

 

di Luigi Alviggi

 

Il fuoco su Napoli non è dovuto a lotte tra clan rivali o ad aggressioni di potenze straniere, e nemmeno ad un improbabile quanto plausibile incendio di vaste proporzioni. No. L’enigma l’Autore lo scioglie sin dall’incipit di questo romanzo che colpisce il lettore con la forza squassante di un proiettile per una prosa dirompente, icastica, sconvolgente per accostamenti originali, sospesa tra realtà e sfrenate fantasie. La crudezza espressiva sorpassa rinomate asprezze letterarie, quali quelle di celebri autori nordamericani. Essa entra e rimane dentro, la lenta fermentazione lievita turbamenti che hanno come effetto lo scuotere la nostra essenza più riposta. È l’esplosione dell’antico vulcano dei Campi Flegrei, silente da millenni, che distruggerà la città facendola sommergere in larga parte dal mare, e scatenerà un’apocalisse tra le più tragiche della storia dell’uomo: Napoli, la madre plurimillenaria, sprofonda finendo in gran parte tra i flutti, così come lunga parte del litorale vicino. 

Nelle pagine, un “flusso di coscienza” ininterrotto si impadronisce dei personaggi, originando dai miasmi del substrato sociale degradato, a tratti in sfacelo, e dagli infidi intrecci di una rete di affaristi che non si fermano davanti a niente. Per raggiungere gli obiettivi non esitano a cedere la parola al singulto risolvente delle pistole. Figure singolari, spesso truci, sempre stravolte da passioni e cupidigie, vestite di panni umani solo per celare la natura di fondo: conquistare sterminata ricchezza. Emblema ne è il personaggio principale, Diego Ventre, ammantato di panni dell’alta borghesia, padrone di ogni chiave, lecita e illecita, all’apparenza avvocato penalista – tra i suoi difesi il capoclan più potente Carmine Denza, non si sa se soggetto autentico o prestanome - in realtà mestatore ad alto livello e creso insaziabile nel privato. A combatterli, l’altro forte capoclan Pasquale Lerro, nemico acerrimo.  

La normalità è Luce di Sangrano, bella ed eletta creatura amata da Diego, antitesi integra e solida, figlia di un nobile inconsistente, dissipatore del patrimonio al gioco, travolta anch’ella dal fascino malefico dell’uomo, alla pari di ogni altra cosa sul suo cammino. I dialoghi tra i due sulla città, il passato, le illusioni, i sogni, l’oggi, il domani, prospettano il riscatto di un mondo che non vuole essere travolto dall’interesse ingordo dei singoli. L’intoccabile della sfera creativa è nelle mani fatate del giovane pittore che sta facendo il ritratto a Luce, Francesco De Mattia: birillo innocente, anch’egli cadrà vittima della gelosia infondata dell’uomo. 

La deviazione di Ventre è stata precoce, travolto da un adulterio materno, epperò egli è complesso, non un banale criminale: ama le lettere, la musica, sa far breccia nel cuore di una delicata fanciulla, e lo catturerà. Addirittura il suo sogno è, nella Napoli ricostruita che seguirà la tragedia avvenuta, convertire tutti i malviventi ad attività pulite, imposte se del caso, ma pulite. Ecco cosa risponde ad un pugno di parlamentari invitati dal suocero alla festa il giorno del suo matrimonio con Luce:  

 “Parlare tanto per parlare... Be’, volendo lo saprei fare passabilmente, però non ci ho mai trovato gusto. La politica, quasi sempre, si occupa della manutenzione dei problemi. A me i problemi piace risolverli. (...)

Oltretutto, sono sicuro che le poltrone di Montecitorio e di Palazzo Madama siano molte scomode. Mi piace tenere la schiena sempre dritta. Sapete, il primo articolo del Codice penale recita: “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite”. Ecco, dice così, ed è un vero peccato che non esista una legge per punire i politici sbagliati, i politici in malafede, i politici inetti. Se scendessi in campo, mi batterei per l'introduzione di una norma per perseguire deputati, senatori, sottosegretari e ministri che hanno fatto volontariamente male ciò che invece dovevano fare bene. Che ne dite? Il reato si potrebbe configurare con danneggiamento sociale. Dopodiché, sarei il primo a essere arrestato. Il politico non lo so fare. Sono nato sognatore.”  

Il punto è che Ventre è abituato a decidere da solo, un uomo d’azione non può adattarsi ai nascondini della politica. Due facce: il gentiluomo posticcio, lo spietato d’indole. Questi ha compreso che per scalare dal basso la piramide sociale, il suo caso, non possono aversi scrupoli: cinismo, ferocia, sono mezzi adeguati per contrastare gli ostacoli frapposti di pari livello. E poi c’è la grettezza umana che gioca, nel contesto degenerato, a suo pieno favore:  

“Luce, stammi a sentire. Chi va a dire a un ragazzino di quindici anni che guadagna settecento euro a settimana spacciando che è meglio trovarsi un lavoro onesto, cioè un lavoro da garzone o da barista? Chi può andare a spiegargli che cinquecento onesti euro al mese sono meglio di tremila disonesti? Chi ci va? Il politico? Ci va il politico che ne prende diecimila? Che ha sistemato la moglie e i figli? No. Non ci può andare. Parlerebbe in una lingua incomprensibile. A quello che era il popolo hanno detto che una bella macchina è meglio di san Gennaro, che per campare ci vuole un vestito, una bella motocicletta, un bel computer, un bel mazzo di banconote nella tasca. Loro se lo sono creduto. E adesso lo vogliono."

"Stai dalla parte dei criminali?"

"I criminali sono un prodotto. I politici fanno raccomandazioni. I  criminali chiedono tangenti. I politici impongono la legge del loro clan. I clan impongono la legge della loro politica personale. Gli uni e gli altri pensano ai fatti propri. E spesso collaborano. In più, i criminali rischiano la vita, I politici la fanno rischiare ai loro poliziotti, ai loro carabinieri e a qualche giudice che ci crede ancora. Questa città non interessa più a nessuno. È come una buonanima che si nomina per rivendicare i propri interessi. È come un morto che si tira in ballo solo per averne i quattrini lasciati in eredità.

"Devi guardarla da lontano, Napoli. Valla a guardare da Capri e sembrerà ancora bella. Pensala da Milano e ti farà nostalgia. Oppure scrutala dai tetti delle case e punta gli occhi verso l'alto, se ti tappi le orecchie ti sembrerà come duemila anni fa. Il cielo, la luna, le stelle, il mare, da lontano, sembrano ancora gli stessi. Ma sembrano e basta. E perfino il merito di quel che sembrano non è nostro.”  

L’abilità dell’Autore presenta in corpo compatto più Napoli sovrapposte. La greca, la romana, la medievale, riecheggiano tutte insieme, amalgamandosi fino al reale di oggi, essenze composite che rivestono di riflessi contrastanti anche le visioni più banali. Ruggero Cappuccio (Torre del Greco, 1964) è scrittore e regista di teatro e di cinema. Con questo romanzo ha vinto il Premio Napoli 2011, dopo essere arrivato tra i finalisti al Premio Strega 2008 con il libro ”La notte dei due silenzi“. In una recente intervista ha detto su questo libro: “È nato dalla sofferenza di tutte le persone che ho incontrato nella mia vita, costrette a vivere in un mondo sfigurato, al capezzale di una città come una madre depressa che non mantiene più ciò che ha promesso.” Il tempo della vicenda è breve, da maggio a novembre: in pochi mesi si compie la profezia dello scarso tempo rimasto prima della catastrofe annunciata, e si conclude l’arco di vita di molte persone, sommerse dalla furia degli eventi.  

Luce inizia a sentirsi nel vortice il giorno stesso del matrimonio, abbandonata, poco dopo la cerimonia, da Diego fuggito chi sa dove. Deve allora correre subito da nonna Giulia, nella città distrutta, la madre del padre balordo. È vitale per lei riannodare i legami con i ricordi più belli dell’infanzia, quelli avulsi da genitori incapaci, quelli che costituiscono lo zoccolo duro della sua esistenza, per tentare di andare avanti mentre tutti gli incubi sul neomarito cominciano a prendere corpo.  

Quando ritornano entrambi - lui sfuggito a un agguato tesogli da Lerro mentre accorreva in soccorso di Denza ferito dal rivale, e lei rivitalizzata dall’incontro familiare - nell’atto d’amore imposto che segue, il maschio è il misero presente, la femmina la nobile storia di un tempo. È lei la Napoli violata dall’oggi brutale che non giunge al riscatto nemmeno attraverso il forte amore provato. Violata ma non doma, Luce rappresenta la forza assoluta della volontà di proseguire senza curarsi di meteore passeggere a scalfire la superficie, ma ben lontane dall’intaccare le fondamenta. Luce è quanto sopravvivrà in ogni caso, a memoria e rispetto di se stessa e delle generazioni future. E questa femmina-storia, compresa per gradi la vera realtà in cui senza colpe è precipitata, subirà altre violenze, tutte con unica origine: i misfatti del marito che la colpiscono di riflesso come un boomerang impazzito. Le subirà senza partecipazione né sofferenza giacché lei è già altrove, a trascendere lo squallido presente, proiettata in un futuro radioso che concretizza ogni suo ideale. Lo sfregio perpetrato rimarrà confinato nel suo lurido contesto.  

“Lo rivedeva con il passo di quelle tre sere di maggio in cui si era decisa per sempre la sua vita. In questa follia visionaria e medianica aveva sentito attorno alla fronte tutta la dolcezza degli occhi di lui, quella sicurezza fermissima e tenera che lo aveva fatto padre e figlio, fecondatore di fantasie, di prospettive immaginose, mentre lei non credeva potessero esistere.

E adesso, la crudezza del nero, sotto la terra. Di passo in passo qualche pietruzza si sbriciolava sotto le sue scarpe di corda. Procedeva piano, cercando di ricordare la lunghezza del percorso, ma più se ne rammentava e più l'avanzare diventava infinito. Quello che le era accaduto sotto la protezione della felicità aveva avuto un tempo vorticoso di danza, mentre ora subiva tutta l'estenuante trafittura di una processione, di un funerale dove si è invitati a seguire il feretro di se stessi.”  

E la figura della Danaide di Rodin, in copertina, la donna nuda che nasce dall’utero di lava, ben raffigura il soqquadro totale, innaturale e ad un tempo concreto, che impregna le vicende narrate. L’essere riversa sulla gran madre plasmante, lascia immutati il mistero della nascita, il trionfo della bellezza sortita, l’incertezza sulla sorte futura: saprà ergersi contro la realtà o rientrerà senza speranza nel magma creatore?  

Nella amara sinfonia di morte che chiude il libro – lo scontro finale con il grande nemico, denso di violenza e sangue - gli opposti giungono a toccarsi: bene e male si avvinghiano per restare insieme travolti nell’abisso, e nulla sembra destinato a sopravvivere. Il timido spiraglio verso un possibile futuro si schiude sul più debole della catena, Manlio, il fratello minorato di Diego, la mente percorsa da manie religiose. È lui che, ignaro, raccoglie un testimone sfuggito di mano e volato via, abbandonato da chi poteva essere in grado di custodirlo. È lui l’uomo simbolo della possibile auspicabile catarsi del genere umano che, attraverso l’inettitudine purificatrice, potrà tentare una diversa via per ricominciare da capo il cammino di chi ha perso ogni retta cognizione.  

“un giorno caldissimo di luglio mi sedetti a un bar di piazza Carità, in mezzo all’inferno di rumore, di fumo, in mezzo al manicomio di vita che tutti facciamo finta di vivere in questa città”

Ruggero CAPPUCCIO: Fuoco su Napoli

Feltrinelli, 2011 – pagg. 256 - € 16,00

Napoliontheroad 20 marzo 2013

 

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