BESTIARIO

di Juan José Arreola

 

recensione di Luigi Alviggi

 

Un prologo violento – solo mezza paginetta – pare voler mandare a gambe all’aria l’intero genere umano e scopre subito il fine recondito dello scrittore: le bestie trattate vogliono essere, attraverso corrispondenze in comune, simbolo di un’umanità sui generis, con la quale è sempre più difficile convivere. E questo vale persino per la compagna di vita: 

E ama la prossima che all’improvviso si trasforma al tuo fianco, e con un pigiama da vacca comincia a ruminare senza fine il pastoso bolo alimentare del tran tran domestico.  

Juan José Arreola (1918 – 2001) è stato, oltre che uomo dai cento mestieri, uno degli importanti scrittori messicani del secolo scorso, caratterizzato da uno stile sferzante e caustico. Quest’opera è del 1963 e riscosse subito un buon successo in patria. Meno conosciuto, ancor oggi, è Arreola fuori dai suoi confini nazionali. Gli animali passati in rassegna - 23 in tutto - sono racchiusi in bozzetti brevi, una pagina o poco più, ma suggeriscono cento aspetti dei nostri difetti, molti, e dei nostri pregi, pochi. Il testo fu pensato come cornice ai disegni di animali dell’incisore Héctor Xavier (1921 – 1994)- anch’egli messicano - nel suo libro “Punta d’argento”.

Incontriamo, dunque, qualcosa di ben diverso dalle classiche favole di Esopo – lo schiavo frigio vissuto nel VI secolo a.C. –, di Fedro – il liberto dell’imperatore Augusto del I secolo d.C. –, fino a giungere ai sapidi sonetti di Trilussa – Carlo Alberto Salustri (1871 – 1950), romano del XIX secolo, per non citare molti altri, precursori e successori, non altrettanto famosi. Nella loro produzione favolistica è sempre presente un intento moraleggiante, un mezzo per affermare verità altrimenti difficili a esprimersi, vuoi per i tempi vissuti vuoi per il rango sociale degli autori. E, comunque, il ricorrere alla mediazione narrativa degli animali è una modalità che ha avuto storicamente successo presso tutti i popoli, un modo anche per fare dei nostri fratelli, cosiddetti inferiori, maestri di una saggezza che va oltre le nostre presunte caratteristiche superiori. Ricordiamo, di passaggio, che nel genere fiabesco ove pur frequenti sono i personaggi animali, la caratteristica differenziante rispetto la favola è il subentrare del mondo magico o comunque sovrannaturale.

Attingiamo dal campionario di Arreola.

Gli uccelli rapaci, nelle fasi di caccia spietata e di intrusione corporea nelle carogne atterrate, ricalcano la giornata dei potenti che, da altezze superbe, possono precipitare in fanghi terreni di cui si insozzano quanto i loro simili alati. La parabola di questi predatori, a ben considerare, ricalca i passi delle infinite analoghe nostre storie che, troppo vincolate alla realtà terrena, sono incapaci ad alzare il capo verso l’azzurro del cielo.

Ecco la bruttezza del rospo divenire balsamo per un uomo spoglio di grazie personali che si guarda allo specchio e si avverte timoroso di presentarsi allo sguardo altrui. Quello che manca, pietoso, è il sollievo del lungo letargo invernale, tregua alle evidenti deficienze.

L’impeto dell’assalto del rinoceronte viene paragonato all’ostinazione di un filosofo positivista, che non va per il sottile verso ciò contro cui dialetticamente si schianta.

Il bisonte non ha potuto, nonostante la potenza, che piegarsi nei secoli al giogo dell’uomo che, fin troppo banalmente, ha imposto su di lui la propria supremazia. E la vittoria apparve di tal portata da colpire la fantasia dei primi artisti preistorici, che ne riportarono immagini nelle rozze incisioni su pietra.

Lo struzzo, il “gigantesco pulcino in fasce”, nella nudità impudica rispecchia l’abitudine delle donne di mostrare, nonostante freschezza e integrità perdute con gli anni, doni che andrebbero piuttosto coperti, per un opportuno senso della misura che troppe trascurano, obliando limiti di decenza e decoro. Tramontata l’epoca in cui, maliziosamente, il gentil sesso si ammantava di “piume di struzzo”, oggi entrambi, animali e persone, ereditano nudità superflue e inopportune. Che fare allora? forse imitarli sino in fondo:  

Con disinvoltura senza pari sfoggiano la loro superficialità e inghiottono tutto quello che gli si presenta alla vista, e affidano il consumo all’azzardo di una buona coscienza digestiva.  

Il gufo, nel volo silenzioso, nella tattica di caccia notturna, nella riservatezza del vivere, nell’introversione e nell’isolamento, è la configurazione trasposta della vita del filosofo, concentrato nella meditazione sulla conquista delle proprie prede mentali.

La vanità dell’uomo trova il suo epigono nelle altezzose sembianze di zebre e giraffe. E mentre le prime sembrano, nell’inesauribile diversità individuale, soddisfare anche il gusto di continua varietà dell’apparenza, le seconde, decisamente sproporzionate, sono la pratica applicazione, da centinaia di migliaia di anni, di complessi problemi ingegneristici, e la tecnica portata a segno nella struttura corporea le rendono animali complicati in ogni manifestazione di vita.

Dagli insetti ci viene un apologo di infausta sorte del sesso maschile. I maschi si affollano intorno alle femmine in calore e, dopo aver combattuto contro altri contendenti per guadagnarsi la strada e aver assolto al compito riproduttivo, come ricompensa finiscono spesso da pasto alla compagna ingrata, che approfitta dello stordimento sopravvenuto alla copula. La natura insegna, dunque, che grandi gioie spesso sono unite a negatività di pari, se non terminale, peso. La femmina, intanto, indifferente, prosegue il suo percorso verso la strage successiva.

La legge del compenso va a compimento nei felini. In questa razza, il re degli animali divora il pasto procurato dalle femmine, quasi non volesse abbassarsi al loro livello e sminuire in tal modo la propria potestà. Ma, anche per lui, nell’innegabile possanza posseduta, sembra legarsi al fondo l’insicurezza del dominio transitorio che, fin troppo presto, tramonterà di fronte ad un avversario più giovane e forte.

Personificazione dell’amicizia, invece, è l’orso, una figura da subito piacevole e ben disposta. Certo, l’animale non sempre è mansueto, ma quando lo vediamo giocare con i propri cuccioli, quando osserviamo la madre amorosa coccolare i figlioletti e far loro strada nella vita, non possiamo trattenere un moto di istintiva simpatia:  

Per quanto siano adulti e atletici, conservano qualcosa del bambino: nessuna donna si negherebbe a dare alla luce un orsetto. In ogni caso, le ragazze ne hanno sempre uno sul letto, di peluche, come un felice auspicio di maternità.

Confessiamolo: condividiamo con loro un passato cavernicolo. 

E poi ancora tra gli altri, gli ovini, per la generosità nel donarci vestiario latte carne, e l’elefante, vittima sacrificale dell’ingordigia dell’uomo per la preziosità dell’avorio posseduto. Ma tante, per non dir tutte, sono le razze soggiogate dalle necessità dell’uomo odierno, travolte e minacciate più che mai dall’inesauribile avidità predatoria del “signore del creato”.

In tutti gli animali citati – dalle banali scimmie fino all’incredibile axolotl, ignoto a me e penso alla gran parte dei lettori – l’Autore affonda con mano esperta un bisturi immaginario, riportandone un distintivo aspetto che lo rende affine e rammenta crudamente la nostra intima natura, davvero in pochi tratti unica.

José Emilio Pacheco (1939 – 2014), altro poeta e scrittore messicano, nella postfazione al libro, informa che questo testo non fu scritto direttamente da Arreola - travagliato da problemi esterni e conseguente blocco dello scrittore -, ma a lui dettato nel 1958 in una sola settimana. Ci racconta anche dell’ammirazione e del suo timoroso avvicinarsi all’artista, fino ad ottenere un incontro dietro appuntamento preso da un comune amico. Questi, poi, non si presenterà all’incontro cedendo loro il campo. I due racconti portati dal giovane sembrarono apprezzati da Arreola, che ne promise la pubblicazione. Il reale risvolto verrà confidato a Pacheco dall’amico solo in un secondo momento: aveva fatto una pessima impressione, tanto lui quanto i racconti. Lasciamo altri passi alla curiosità del lettore.

Edmund Wilson (1895 – 1972), critico letterario statunitense, ha detto:  

non si deve avere pietà dello scrittore che non scrive  

Per i non lettori, è questa certo la frase migliore che possa essere pronunziata da labbra umane... a questi disfattisti, si potrebbe ribattere con le parole dello stesso Pacheco:  

Quando arriverò all’inferno e i demoni mi chiederanno: “E lei, cosa faceva nella vita?”, potrò rispondere con orgoglio: “L’amanuense di Arreola”.  

 

Juan José Arreola: Bestiario

traduzione di Stefano Tedeschi

postfazione di José Emilio Pacheco

SUR, 2015 – pp. 64 - € 7,00

 

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